Pubblicato la prima volta il 11 Marzo 2018 @ 00:00
“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “La saraghina ad campagna”
La saraghina di campagna, riferito ai polli e galline che razzolano nei campi e nell’aia.
E’ una definizione sentita, in passato, dalla mamma e che appare una perfetta sintesi di una riminesità che unisce mare e terra nei paesaggi e, naturalmente, nel cibo. A casa nostra, data la passione del babbo per la pesca ed i suoi prodotti, la saraghina era in abbondanza sulla tavola.. quella non troppo grande di pezzatura (slè grasa l’ha fa l’òlie), messa ad arrostire sulla graticola, alternata a ”gradlèti ad sardunzìn, quìl biènc, dùlz.. ch’is pó magnè slà spèina e’ tót”… sa dó pièdi… si raggiungeva il massimo del gusto. Uso l’imperfetto perché adesso le regole del condominio vietano l’accensione dei foconi sui terrazzi o nei cortili mentre al ristorante si usano le griglie elettriche.. c’è chi s’è rassegnato alla cottura al forno o sul testo della piada… ma il pesce diventa secco, asciutto.. insomma come dice la Elsa “un è pió ló!”. Ma la predilezione per “e’ pèss turchìn” nulla toglieva all’apprezzamento per quelle galline “nustrèni” tanto ricercate, soprattutto, per le feste, con le carni scure e toste e ben attaccate agli ossicini da “pluchè, fino allo stremo, a differenza di quelle dei polli d’allevamento “ch’is coş in dó minùd..”; ma, diceva la Elsa, “i cuntadèin i s’è fat fùrb… cal bòni i slì tèin per lór”.






