La “fugaràza”

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Photo by Gian Luca Casoni

Pubblicato la prima volta il 14 Dicembre 2018 @ 08:48

Negli anni ’50 la “fugaràza” era un evento che concludeva settimane di lavoro da parte, soprattutto, di uomini e ragazzi: vi era infatti, una vera e propria competizione tra chi, nei vari rioni, allestiva la focheraccia più bella ovvero, più alta, più ricca di materiali combustibili e, quindi, più duratura.

Nei giorni precedenti la caccia era ai copertoni di moto e bici che fornivano i materiali “pregiati” dato che cartoni e legni davano sì scintille e colore al fuoco ma erano di breve durata. Non dimeno venivano “visitati” i cantieri edili alla ricerca di asse e legni e, non di rado, sparivano dalle seppur modeste case, vecchie sedie e tavolini tra gli urli delle mamme. I segnali di fumo che si elevavano nelle varie zone ci davano testimonianza delle focheracce ancora accese e intere famiglie giravano per tutta la città: prima si “onorava” quella del proprio rione, poi la tappa nelle altre: una specie di pellegrinaggio come si faceva coi presepi allestiti nelle chiese, nel periodo di natale.

Per i bambini era un’occasione rara per “star su” fino a tardi mentre per le ragazzine c’era la possibilità di sguardi e civetterie verso i primi “mosconi”; San Giuseppe segnava la fine dell’inverno, dal giorno dopo si poteva sfoggiare il “vestito a giacca” e proiettarsi verso la Pasqua… che poi apriva all’estate.

Da poco passato l’8 marzo, non c’era traccia di “Festa del papà” mentre il pensiero andava ai falegnami di cui San Giuseppe è considerato il protettore. Oggi i bambini trovano le fogheracce già pronte, in punti stabiliti da altri e siamo in tanti che, impossibilitati per diversi motivi, ci accorgiamo dei fuochi (i fóg) dall’odore acre che penetra in casa passando dalle fessure… mentre la mamma invoca “tira drènta i pan che si nà i s’impèsta!”.

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