Il brodo primordiale

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Attilio Nardi

Pubblicato la prima volta il 2 Settembre 2018 @ 09:47

Attilio Nardi
Attilio Nardi

Nella seconda puntata dedicata al bagnino riminese doc tengo a ribadire che il contesto di riferimento è quello degli anni 50-60, anni in cui i cambiamenti nello stile di vita e nell’organizzazione sociale precorrono l’evoluzione psicologica, la formazione scolastica e professionale e, soprattutto, il concetto d’impresa. Nulla a che vedere con la realtà attuale.

Non voglio tratteggiare uno stereotipo caricaturale per calarmi, invece, nel clima umano prima ancora che sociale, di personaggi segnati da una psicologia essenziale, da uno spirito pratico che manteneva impressa nella mente l’impronta di una guerra vissuta, di un istinto di sopravvivenza che non consentiva progetti di lunga gittata.

La dote maggiore stava nella fisicità, nella forza, nella salute. Non era materialismo ideologico o povertà intellettiva. Era uno schema mentale che ha consentito a chi non era figlio di, di farsi una vita, inventarsi un mestiere, alla faccia delle clientele (di oggi), del classismo (di allora), della burocrazia (di sempre).

Dunque il bagnino non aveva paura di niente. Tantomeno dell’espressione allora in voga “lei non sa chi sono io!”. Una battuta ricorrente a segnare, comunque, un certo distacco.

Perché il bagnino veniva percepito come una persona di “servizio”, quella che d’inverno, incontrandola in centro, a volte, sfuggiva al saluto. Forse perché il bagnino “vestito” era irriconoscibile, forse perché d’inverno non era nessuno.

Tra i clienti c’erano gli operai delle fabbriche dell’Emilia e del Nord che scendevano con le loro famiglie per quindici giorni, a volte un mese, grazie ai prezzi modici delle pensioncine posizionate nelle retrovie. Le mogli, dal biancore latteo preservato dalle nebbie padane, prendevano i bagni di mare convinte di poter curare, in virtù delle acque salsoiodiche, le “infiammazioni “ di vario genere. La tintarella, dopo la prima fase obbligata di spellacchiatura, esibita come prova dell’acquisita condizione “turistica”, si assestava sul rosato.

Le “bagnanti” mogli di operai o operaie esse stesse, vivevano il soggiorno come una sorta di “risanamento”. Costumi pudici coperti da vestagliette di cotone fiorato, mantenevano l‘espressione e l’atteggiamento di chi temeva di disturbare, aspettando accanto l’ombrellone chiuso che il bagnino le vedesse. Finita la giornata, sistemavano accuratamente gli sdrai, attente a non lasciare tracce di sabbia sulla passerella.

Tantomeno i mariti riuscivano ad entrare nella veste del “cliente” preferendo, spesso, aiutare il bagnino nei lavori manuali. Molti, ancor oggi, tornano come amici di famiglia.

A questi non interessava la “posizione” dell’ombrellone, anzi nelle ultime file si sentivano più a loro agio, meno ingombranti, meno osservati.

Diversamente per i riminesi che ambivano alla prima fila, conservata e tramandata di generazione in generazione fino ai giorni nostri. Come già detto, era uno status symbol che qualche cliente ha raggiunto, scalando dalla terza fila (dalla quarta la missione era impossibile), alla seconda per poi arrivare, nei rari casi in cui si materializzava la disponibilità, alla prima. Ho sentito clienti rivendicare la prima fila come fosse un diritto sindacale ostentando la lunga militanza maturata in seconda o in terza.

Quella più vicina al mare era la fila del gossip raffinato, dei costumi all’ultima moda indossati sotto il “prendi sole, degli odori provenienti dalle prime creme solari di qualità, dell’abbronzatura marrone scuro, del linguaggio che, dal classico, andava assumendo i toni e i modi importati dai film americani o dalle prime commedie all’italiana della nostra cinematografia, dopo il periodo del neorealismo. Arrivava “l’aperitivo” mentre le “corna” escono dal tabù. E sì per le corna, la spiaggia era e resta la cornice più naturale, per viverle e, sicuramente, per parlarne.

Tiglio, aderendo perfettamente alla situazione e passando dalla padronanza del dialetto ad un italiano compiacente quanto improvvisato, si rivolgeva a dutur, avuched, professur commentando i mala tempora: “Ehh, fando così si va in malora!” C’era l’avverbio “ogniqualvolta” che lo gratificava particolarmente, lo infilava in tutti i discorsi.

Si divertiva a dare sfoggio della sua cultura marinaresca, della conoscenza del mare, dei venti. Era spesso chiamato, ad escursioni in mare, dai proprietari di barca, “lor i sarà inznier ma senza ad me i gne la fa a turnè in port! Da dire che a quell’epoca non c’era il radar.

Ma era ricercato anche per le sue abilità culinarie, tipiche di tutti i veri marinai, quelli che non laverebbero mai il pesce con l’acqua del rubinetto nè userebbero mai aromi eccessivi col rischio di coprire odori e sapori originari. Il prezzemolo nel condimento della rustida? Non esiste! Sedano e carota nel sugo di pesce? Roba da “mariner d’aqua dolza”! Filetto di sgombero ed una anciò preparata in casa, un cucchiaio di conserva ed olio d’oliva quanto basta, lì sì il sapore!

Ci aveva raccontato che da giovane, sulla barca da pesca, aveva ricavato il brodo dai sassi di mare che, bollendo, cedevano l’umore del mare all’acqua! Altroché i “dadi”!

Dopo il mare, infatti, quello del cibo era il secondo culto. La spiaggia non era solo un lavoro, era parte della vita dove si perpetravano le abitudini di tutti i giorni, di tutto l’anno. Non c’era il menù estivo, leggero adatto al caldo!

Bisognava saziare il gusto di un palato esigente e corroborare i muscoli di chi lavorava una media di quindici ore al giorno, trasportando tutto a braccia ed a spalle. L’insalatona a base di verdure, granturco e mozzarella, regina della attuale dieta estiva… non faceva al caso.

Pochi sanno o ricordano che gli ombrelloni esposti nella zona, ogni sera venivano ritirati e stivati nelle cabine per essere riposizionati la mattina dopo all’alba.

La mamma gli portava il pranzo che doveva essere consumato rigorosamente alle 12,30, dentro la cabina, fuori dagli sguardi indiscreti e dalla visione di clienti che, in quell’ora potevano distoglierlo dalla vitale funzione.

Per il trasporto delle vivande, ancorché destinate ad una sola persona, erano necessarie due borse legate ai manici da un fazzoletto che, a sua volta, le teneva unite al manubrio della bicicletta ad evitare, dato il peso notevole, pericolosi sbandamenti. Conosco bene questi dettagli perché anch’io facevo parte della spedizione seduta nel sellino anteriore.

Pasta e fagioli o passatelli in brodo contenuti nel tegame tenuto in equilibrio dalle bottiglie: un litro di vino rosso, uno di acqua resa frizzante con la polvere in bustina, in alternativa tagliatelle col ragù o altra pasta “asciutta”. A seguire una seconda pietanza: pollo alla cacciatora, spezzatino, frittata o cotolette, pesce marinato o frittura mista, accompagnato da un contorno di insalata o patate fritte o peperoni ripieni o melanzane gratinate. Si aggiungeva la boccetta col caffè espresso già zuccherato, tovaglia, posate avvolte nel tovagliolo mentre nella borsa più piccola (la retina di plastica) ci finiva il pane, la busta di cellophane con la frutta ed il sacchetto con i cubetti di ghiaccio per raffreddare il caffè.

La mamma, apparecchiato il tavolino, si metteva di guardia sulla porta della cabina per assicurare la tranquillità al fiero pasto.

La ginnastica digestiva, non prima di un breve sonnellino sullo sdraio steso nel retro cabina, si esercitava con l’immersione nella zona dove, con il sole ancora a picco, iniziava la chiusura degli ombrelloni dei clienti riminesi che frequentavano la spiaggia solo di mattina, contestualmente al secondo giro di pulizia della sabbia setacciata col retino (è zardlein).

C’era, dunque, un intreccio di operazioni che, funzionali all’attività, servivano, nel contempo, a ritemprare il fisico. A tarda sera, ad esempio, nonostante la stanchezza e le ore di lavoro che pesavano nelle gambe, si ripeteva puntualmente il rito dell’annaffiatura delle piante che, oltre a garantire loro sopravvivenza e vigore, refrigerava il corpo liberandolo dal calore assorbito in una giornata intera di esposizione al sole e sgombrava la mente dalla arrabbiatura della giornata.

E’ azzardato asserire che si andava configurando il modello balneare riminese? Forse no.

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