Pubblicato la prima volta il 22 Luglio 2018 @ 00:00
“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “E po’ i dis chi è un dio…”
Un’esclamazione davvero sconsolata molto terrena più che blasfema, una considerazione in linea con la concezione religiosa che respiravo nell’ambiente dove sono cresciuta dove la religiosità non era un rifugio di per sé consolatorio e la preghiera aveva lo scopo di sollecitare una “spinta” nella consapevolezza che lo sforzo e la riuscita dipendevano da noi e da quelli che avevano il potere e la possibilità d’incidere sulla nostra esistenza.
Così i preti erano innanzitutto uomini che si dividevano in “buoni” e “e non buoni” anche se, per questa seconda categoria, si usavano aggettivi più forti; la diffidenza verso i “miracoli” era totale mentre vigeva “sé tnas sgrazièd, tmòr sgrazièd!”. Ma, soprattutto, digiuni di studi teologici, mai ho colto la rassegnazione (propria di chi nutre la fede incondizionata) verso le disgrazie specialmente quando ricadevano sugli indifesi, i bambini…colpiti da mutilazioni o malattie incurabili.. gli orrori della guerra che allora faceva dire alla Elsa “…e po’ i dìs chi è un dio…”
L’ultima “nostra” guerra era finita da poco e molti, troppi, ancorché sopravvissuti, ne portavano il segno nel corpo…e disseminate in vari punti ogni tanto scoppiava una mina, incautamente toccata da un bambino… la fame arretrata, la miseria costante facilitavano le malattie… la Elsa non si è mai rassegnata alla morte di suo babbo a 47 anni nel Sanatorio di Vecchiazzano quando, di lì a poco, gli americani avrebbero introdotto, anche nel nostro Paese, la penicillina; l’ufficiale giudiziario che si aggirava come uno spettro in quelle case di disadorne dove era impossibile fare l’elenco degli oggetti da pignorare – per saldare debiti insolubili- dato lo scarso o inesistente valore degli arredi, mentre la biancheria “buona” era in deposito al Monte di Pietà, con poche probabilità di rientro.
Ecco che allora, in questo contesto, la frase che riporto in questo post, diventava ricorrente anche in situazioni meno drammatiche quando la stanchezza, le difficoltà della vita di ogni giorno rendevano la misura colma.. quando dopo la fatica per “rimediare” la giornata, ti accorgevi di aver perso la chiave (singolare dato che c’era una sola porta da aprire e chiudere) o ti cadeva l’unico uovo rimasto in una desolata dispensa… o l’umidità della legna impediva l’accensione della stufa quando il freddo in casa era più intenso di quello esterno.
Lo scetticismo e l’amarezza prendevano il sopravvento e non rimaneva che attaccare l’ingiustizia umana… e non solo.





