“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Dai, dai, tòs-sa… finchè dur té a dur ènca me”.

E’ un commento “figurato” rivolto ai colpi di tosse insistenti: “continua pure… finchè ci sei ci sono anch’io”.
Era un modo per esorcizzare il peggio quando non c’era la possibilità di curarsi: la tosse era prova dell’esistenza… del resto, come riportato in uno specifico racconto sulla salute, non si poteva dar peso ad ogni sintomo chè, comunque, non c’erano soldi per il medico (allora non c’era il servizio sanitario nazionale) né per i farmaci ed in ogni caso bisognava lavorare…la cura, per malattie serie e conclamate, era riservata ai bambini perché quando l’anziano ( e in quel tempo già dai ’50 in poi…)… si lamentava per qualche acciacco, la risposta era fissa “un’è gnìnt, l’è la vciaia..”. E poi con le stanze fredde riscaldate parzialmente con la stufa, la finestra che nemmeno a sbatterla chiudeva ermeticamente… il raffreddamento era garantito… candele al naso (i murghènt), impiastri, fumenti… i bambini che si addormentavano con “la raganèla” un rantolo sottile che denunciava il catarro mentre durante il giorno venivano esortati “spùda, spùda! E frequenti erano i controlli al Dispensario, perché, paradossalmente ma non troppo, veniva presa in considerazione maggiormente la tosse secca… ché, allora, era diffuso lo spettro della tbc che, tra i suoi sintomi, manifestava appunto “clà tusèina”.
Una malattia che, prima dell’avvento della penicillina, raramente perdonava costringendo il paziente a lunghi ricoveri in sanatorio in una sorta di isolamento giacchè parenti ed amici temevano il contagio: quello più vicino a Rimini era a Vacchiazzano. Tanto affollati che, negli anni ’50, veniva trasmesso da un sanatorio di turno, un programma radiofonico “Sorella Radio”, presentato da Silvio Gigli.

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