Pubblicato la prima volta il 3 Marzo 2018 @ 00:00
“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Sintènt ch’j’è i bucalùn…”
Chi legge questa rubrica avrà colto, spero, la mia passione per il dialetto riminese… e non tanto per un fatto meramente nostalgico o campanilistico. Se, infatti, riporto i modi di dire o pezzi di vita popolana del passato, è solo perché in quel mondo sono nata e lì si sono formati i tratti della mia personalità… lì trovo le spiegazioni del perché, parlando, sono tentata di alzare la voce “tpèr sèmpra incazèda” diceva la Elsa – cosa ovvia dal momento che a casa mia si urlava spesso – nell’infanzia ho provato il senso dell’umiliazione quando la maestra pur sapendo della povertà della mia famiglia mi rimproverava, davanti l’intera classe, perché avevo il grembiule di un colore leggermente diverso, facendo finta di non sapere che mi era stato regalato e che nuovo non potevo permettermelo o quando ci diceva “se entra un adulto dovete alzarvi in piedi… per il bidello non occorre”, in quel periodo mi sono riproposta di comprarmi, appena possibile, le scarpe “buone” per non avere più paura della pioggia che mi infradiciava i piedi e ho imparato a “difendermi” da sola perché se andavo a casa piangendo la mamma me le dava… ma lì ho colto anche il vero senso della solidarietà quando una signora bellissima che esercitava l’antico mestiere, sapendo di mio fratello malato, mancando sempre i soldi per il dottore, disse alla mamma “cèma è dùtór che sa ló a faz péri mè” o dell’altra che prestava il “libretto” dove poter segnare la spesa perché, avendo il babbo un lavoro precario, la bottega a noi non faceva credito…
Da lì ho imparato a non farmi abbagliare dalle etichette che vengono affibbiate da chi crede di poter disporre degli esseri umani come se fossero cose, ho imparato a non generalizzare….che quando la Elsa ha detto a quel bimbetto tanto biondo nato nel dopo guerra dopo il passaggio dei tedeschi e che piangeva disperato perché un visconte decaduto gli aveva dato del “bastardo”.. “tè nu pianz perché nisùn è nas sènza e bà” ed al visconte “tè tcè un vis-de caz”… ha spazzato via, con la sua “quinta elementare” come dice lei… tutti i pregiudizi che ancora si alimentavano nelle classi altolocate, che quando già ultraottantenne ai suoi amici anziani che derivano i gay ha ribattuto “un gnè gnìnt da rìd perché je tót nòst fiól” si è dimostrata cittadina del mondo, di un mondo che non lascia indietro nessuno..Per questo scrivo del passato..per recuperare e mettere a frutto strumenti del pensiero e dei sentimenti che hanno radici profonde..in una terra tignosa e generosa, disciplinata ma libera e che non ha paura del nuovo perché così nascono e si radicano le tradizioni.. Già ma perché infarcire i ricordi col dialetto che segna un’appartenenza precisa e circoscritta? Perché del dialetto mi piace il suono, perché allora il dialetto era quello che univa, era quello che metteva i sottotitoli che rendevano chiara ogni situazione, anche quando ci dicevano “nun zcär in dialèt si nà tvè mèl a scòla..” e lo dicevano in dialetto perché, come sottolineava l’insuperabile Raffaello Baldini, ci sono cose che accadono solo in dialetto e non si possono tradurre in italiano senza che “li pèrda tót è sùg”, perché l’italiano spiega, il dialetto esprime.
Ma, e questo è il punto, il dialetto non può essere usato per dividere, perché chi ama il dialetto può più facilmente capire che ognuno ami il proprio, che la differenza, del tutto indipendente da ognuno di noi, sta nel nascere in un posto anziché in un altro e questo non può che animare la curiosità, il confronto per sapere, cercare di capire e carpire… niente a che fare con l’arroganza mascherata con l’ideologia, la sopraffazione contrabbandata con la religione, la violenza che quella sì, ha la stessa matrice in tutto il mondo ovunque ci sia chi persegue i propri interessi usando la nostra pelle come moneta e sono poi quelli che fingono di indignarsi mettendosi al riparo per poi ripartire…. almeno non con il nostro aiuto perché, diceva la Elsa “sintènt ch’j’è i bucalùn…”.





