“Hai dag un pés, mè!”

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Pubblicato la prima volta il 30 Novembre 2016 @ 00:00

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Hai dag un pés, mè!”

Era l’equivalente dell’attuale “E chi se ne frega!” verso un giudizio e/o rimproveri altrui: il destinatario dichiarava la sua indifferenza (non dare alcun peso), accompagnando spesso l’espressione con l’alzata di spalle. Era un modo per segnare la propria autonomia e la propria indipendenza, ma non poche volte serviva per mascherare un’umiliazione, una ferita nel proprio orgoglio.
L’esempio classico resta il mancato (ma atteso) invito ad una festa, ad una cerimonia, un pizzichino al fegato che si leniva solo con un “hai dag un pés mè!”.

In questo mio peregrinare con la memoria negli anni ’50, primi ’60, ci sono due elementi ricorrenti: il cibo e l’orgoglio. Primo, il cibo come perno attorno al quale ruotava il lavoro del capo famiglia che doveva portare a casa i soldi “e’ mènc pèr e’ magnè”; i “miracoli” della mamma, in cucina, per trarre la massima riuscita evitando scarti e sprechi. Il ricordo della guerra e della fame erano ancora sullo sfondo per cui assicurare pranzo e cena rimaneva un obiettivo primario. Garantire poi la merenda, a noi bambini, aveva segnato lo spartiacque tra lo sfamarsi e mangiare regolarmente. E se oggi, al primo cenno di stato febbrile, il consiglio anche medico, è quello di “stare leggeri”, allora il cibo era considerato il miglior medicinale. Al malato si riservava la seppur modestissima porzione di carne ovvero di fettina, tagliata il più sottile possibile, quel goccio di olio “buono” che si comprava sfuso nella boccetta dell’aranciata per condire il piatto di riso, arricchito con una manciata di “forma”, l’uovo sbattuto comprato al mercato della frutta (in piaza dlà verdura) dove si vendevano galline ancora vive ed uova fresche. E quando si era in salute si insisteva sul pane, tanto pane che “riempiva” e faceva ingrassare perché allora e per molto tempo “grasso” era sinonimo di salute, soprattutto nei bambini. Tanto che un bambino magro veniva definito “secco”, “l’è sèc cmè un batèc”.

L’altro elemento, l’orgoglio, a volte manifestato, a volte represso. Così, a noi bambini ci inculcavano che quando ci fosse stato offerto del cibo, magari dei dolci, “per educaziòun” – ci dicevano- dovevamo rifiutare… ma la motivazione malcelata era “si nà i dis c’an vi dém da magnè”. E capitava ai pochi “rinfreschi” cui si prendeva parte – tipico quello della prima comunione – di rifiutare, con un’acuta sofferenza al cuore, il “secondo giro” di cioccolata in tazza, quella preparata nel pentolone e distribuita col mestolo, perché sennò si passava da “sfazèd”.
Ricordo una visita delle (allora si chiamavano così ) dame di carità, col cappellino ed i guanti che non si sfilavano mai, che portarono alla mamma un “pacco” contenente fette di formaggio giallo e gallette. La mamma, ringraziando, rifiutò suggerendo di portare quel cibo “a chi un’ha mèn che ne nùn”. Le dame un po’ sdegnate accusarono la mamma di essere troppo orgogliosa ma lei di rimando “sgnurèini s’avi bsögn mè av vèng a lavè e stirè ma la carità andèla dè ma quij mòrt ad fèma”.

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