Foto di Romano Sanchini - Archivio Chiamami Città
Foto di Romano Sanchini – Archivio Chiamami Città

Riprendiamo il discorso sullo sviluppo della parola corrispondente a “nipote”. Ho detto che in Romagna nel volgare doveva essersi avuto NEVÓDE, e ho anche detto che quando ci sono di mezzo le consonanti N, M, L, R si può supporre che le vocali non accentate contigue siano cadute, almeno virtualmente, per poi essere aggiunte delle vocali “di appoggio”. Così da NEVÓDE si ha virtualmente ‘nvód’, dopodiché si aggiunge una ‘a’ iniziale non etimologica, e si ottiene l’esito attuale ‘anvód’. Ecco uno schema riassuntivo: NEVÓDE > nvód > anvód

Un altro bell’esempio è costituito dall’appellativo del capofamiglia nelle famiglie patriarcali, che in Romagna doveva essere REGGEDÓRE (in toscano/italiano sarebbe “reggitore”). Qui di E non accentate ne abbiamo addirittura due, e la presenza della R ci lascia supporre che virtualmente siano cadute tutte e due. Tenendo presente che la G doppia in questo contesto diventa ‘ž’, abbiamo dunque l’esito virtuale ‘rždór’. A questo punto bisogna aggiungere la ‘a’ iniziale non etimologica e otteniamo ‘arždór’: REGGEDÓRE > rždór > arždór (anche se oggi tende a semplificarsi in ‘aždór’).

Vediamo ora un esempio più complicato, che si ottiene a partire dalla parola volgare CREDÈNZA (oggi noi, a Rimini e in gran parte della Romagna, parlando italiano diciamo “credénza”, ma i nostri antenati lo pronunciavano con la vocale aperta, come si pronuncia tutt’ora in Toscana e in gran parte dell’Italia centrale). Dal momento che c’è una R, possiamo far cadere la E non accentata, e arriviamo virtualmente a ‘crdèinza’. Noi però non riusciamo a pronunciare ‘crd’ all’inizio della parola, per cui ci tocca aggiungere la solita ‘a’ non etimologica. Già, ma dove la mettiamo? Se la mettessimo all’inizio della parola, come abbiamo fatto finora, otterremmo ‘acrdèinza’, che non ci risolve i problemi. Infatti qui la ‘a’ non va aggiunta all’inizio della parola, ma prima della ‘r’, ottenendo ‘cardèinza’: CREDÈNZA > crdèinza > cardèinza. Si osservi che anche questa è una vocale non etimologica, perché in CREDÈNZA non c’è alcuna vocale fra la C e la R.

A questo punto ci rendiamo conto che nel caso di ‘anvód’, ‘arfè’, ‘arždór’ ecc. la ‘a’ è stata aggiunta all’inizio della parola non perché dev’essere aggiunta sempre in quella posizione, ma perché abbiamo fatto degli esempi in cui le consonanti ‘n’, ‘m’, ‘l, e ‘r’ venivano a trovarsi virtualmente all’inizio della parola (‘nvód’, ‘rfè’, ‘rždór’). Se vogliamo enunciare una regola più generale dobbiamo dunque formularla in questo modo: 1) lasciamo cadere le vocali non accentate adiacenti a M, N, R, L; 2) aggiungiamo una ‘a’ non etimologica prima di queste consonanti, ovunque esse si trovino.

Ora che abbiamo formulato la regola in modo più generale, ci accorgiamo che la stessa regola si può applicare anche alla derivazione di LÀDRO nei dialetti della Romagna centrale, come ad esempio nel cesenate. Infatti la regola dice di lasciar cadere la O non accentata che viene dopo la R, e così si ottiene virtualmente ‘lèdr’. Poi bisogna aggiungere una ‘a’ non etimologica prima della ‘r’, e allora si ha ‘lèdar’. Dunque i dialetti della Romagna centrale sono dialetti che hanno avuto lo stesso sviluppo sia per le vocali non accentate iniziali, quelle che vengono prima della vocale accentata, sia per le vocali non accentate finali, quelle che vengono dopo la vocale accentata. Invece nella Romagna sud-orientale, e in particolare nell’area riminese, gli sviluppi delle vocali non accentate segue regole diverse, a seconda che queste vocali vengano prima o dopo la vocale accentata.

Valgono sempre queste regole? No, per varie ragioni. La principale di queste ragioni è che le vocali non accentate possono essere “libere” o “legate”. Per spiegare questa differenza prenderò le mosse non dai dialetti romagnoli, ma dall’italiano, che sembra non essere coinvolto da questa variabilità, quando invece la presenta, anche se in forma meno appariscente.

Poniamoci allora la seguente domanda: perché in italiano da NEPÓTE e SEGNÓRE si sono avuti “nipóte” e “signóre” (con la E non accenta ridotta a “i”) e invece MELÓNE non è diventato “milóne”?

Regole generali per l’italiano non ne esistono, ma si può dire che in generale l’italiano tende a evitare le alternanze vocaliche per una stessa radice. Se in italiano si avesse “méla” e “milóne” avremmo da una parte la radice accentata “mél-” e dall’altra la radice non accentata “mil-”, dunque alternanza fra “é” e “i”. Invece avendo “méla” e “melóne” le due radici differiscono solo per la presenza dell’accento, sicché l’alternanza fra le due vocali è solo una questione d’intensità nella pronuncia, mentre il suono è sostanzialmente lo stesso.

Tornando ora a NEPÓTE e SEGNÓRE, capiamo che qui la E non accentata ha potuto ridursi a “i” perché non ci sono altre parole nelle quali si abbia la stessa radice con l’accento sulla E, e dunque non si pone il problema di evitare l’alternanza vocalica. C’è da dire, poi, che in queste circostanze l’italiano non si è limitato a ridurre la E a “i”, ma a volte ha operato dei cambiamenti di vocale anche più ampi. Ad esempio dal verbo latino DEMANDARE in origine nel volgare si dev’essere avuto DEMANDÀRE. Se qui la E non accentata si fosse ridotta a “i”, avremmo “dimandare” (variante che in effetti si trova nella letteratura antica); invece la E è stata sostituita addirittura con “o”, sicché oggi si dice “domandare”.

In linea di massima nell’italiano si possono cogliere le seguenti tendenze: 1) le vocali accentate (ad es. la É di MÉLA) si conservano maggiormente di quelle non accentate e hanno uno sviluppo più regolare; 2) quando una vocale non accentata (ad es. la E di MELÓNE) compare anche in una radice accentata (MÉLA) tale vocale, pur essendo non accentata, risulta “legata” a una vocale accentata, e quindi tende ad avere uno sviluppo più regolare; 3) invece le vocali non accentate che non compaiono in radici accentate (ad es. la E di NEPÓTE e la E di DEMANDÀRE) sono “libere” e possono subire trasformazioni più ampie.

Torniamo ora al dialetto riminese, prendendo in considerazione il verbo CRÉDERE e il corrispondente participio passato, che in Romagna doveva essere CREDÙDO. Da CRÉDERE a Rimini si ha ‘créd’, e questo non pone problemi. Più complicato è lo sviluppo di CREDÙDO. Stando alle regole enunciate in precedenza, la presenza della R avrebbe dovuto consentire la caduta della E, per cui virtualmente si sarebbe avuto ‘crdù’, e quindi ‘cardù’, analogamente a ‘cardèinza’. In effetti si dice ‘cardù’ in gran parte della Romagna, e anche in alcune parlate rustiche dell’area riminese. Nel dialetto della città però ‘cardù’ è percepito come contadino, o comunque estraneo. In città infatti si è preferita la semplice riduzione della E non accentata a ‘i’, per cui si ha ‘cridù’.

Ma perché a Rimini CREDÈNZA diventa ‘cardèinza’ e CREDÙDO non diventa ‘cardù’? Se si avesse ‘cardù’, questo verbo avrebbe ‘créd-’ come radice accentata e ‘card-’ come radice non accentata. Qui non si avrebbe una semplice alternanza vocalica fra ‘é’ ed ‘i’, ma qualcosa di più complicato: l’alternanza sarebbe fra ‘é’ e ‘a’, e per di più la posizione della vocale sarebbe diversa. Molti dialetti romagnoli tollerano agevolmente queste alternanze, ma il riminese urbano tende a evitarle. Limitandosi a ridurre la E a ‘i’ si ha la radice accentata ‘créd-’ e la radice non accentata ‘crid-’, con la semplice alternanza fra ‘é’ ed ‘i’, che per i dialetti romagnoli è del tutto usuale (mentre abbiamo visto che nell’italiano già questa viene evitata).

Dunque la ragione per cui a Rimini CREDÈNZA diventa ‘cardèinza’ mentre CREDÙDO diventa ‘cridù’ è che la E di CREDÈNZA è “libera”, mentre quella di CREDÙDO, essendo presente anche la radice CRÉD-, è “legata”, e di conseguenza deve sottostare alle limitazioni che vengono poste all’alternanza vocalica, le quali a Rimini tendono a essere un po’ più restrittive che altrove.

Davide Pioggia

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