Pubblicato la prima volta il 22 Maggio 2017 @ 00:00
“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Levti i pèd”
Da bambini era un divertimento deformare il linguaggio o cercare combinazioni fantasiose… un divertimento che non costava niente e, forse, per questo, particolarmente gradito e ricercato; poi le parole erano una conquista, in un periodo in cui era diffuso l’analfabetismo, non era ancora arrivata la TV che entrando nelle case, divulgherà il linguaggio nazionale, per non dire della mitica “Non è mai troppo tardi”; i genitori non aiutavano i figli nei compiti di scuola perché ne sapevano meno di loro, pochi i giornali che entravano in casa, rari – quando non completamente assenti – i libri. Le parole di cui si conosceva il significato erano d gran lunga di meno di quelle del tutto sconosciute… ho già detto della reazione stupita quando, a scuola, sentii pronunciare il termine “iniezione” prima di capire che si trattava della “puntura” chè solo così noi la conoscevamo o della volta che, leggendo e mancando l’accento, pronunciai “superflùo” anziché “supèrfluo”, dato che mai avevo sentita quella parola… e probabilmente perché mai avevamo avuto qualcosa di superfluo.
Il babbo, rimasto orfano da piccolo, imbarcatosi sui mercantili a quattordici anni con la qualifica di mozzo, aveva frequentato solo la prima elementare; era quello con maggiori difficoltà nel pronunciare parole lunghe e composte: così “crocerossina” diventava “crociosarina” e “stuzzicadenti “ si riduceva a “stucadènt”; abilissimo nel sbrogliarsela col dialetto, amava darsi un tono infilando quà e là nel discorso “ogniqualvolta” nondimeno de “la quale” e non mancava mai il più diffuso dei gerundi “fando così”.
Del resto anche dopo, molto tempo dopo ho sentito uomini di quella generazione, già con incarichi di rilievo, anche istituzionali, pronunciare “Que gue vara” al posto di “Che guevara” per non dire di “Birlìnguer”, in barba alla pronuncia nota e dominate e ho visto sostituire, in una relazione sulla salute della donna, la parola “monilia”, ritenuta un errore con “maniglia”, più confortante. Ma la storpiatura dei termini medici è cosa nota dal “dolore romantico” (reumatico) agli “abeti” per “diabete”, al “lózèr” (ulcera), ai “gajùn” (parotite), “sistèma nèrvós” (esaurimento).
Più spiritosa e consapevole la mamma che, sentita, a suo tempo, la canzone dei Beatles, “Let it be” l’ha subito ribattezzata in “levtì i pìd”.
E chi, bambino della mia generazione, all’arrivo in massa dei turisti tedeschi, non ha goduto con quel “spriken endoić” (spricht deutsch)? “scatarać in tu n’òć”, ché la pronuncia della lingua teutonica a noi romagnoli stimola raschiamenti di gola e palato? Sia chiaro che non c’è nessuna irrisione in questo commento ma solo un fermo immagine su una comunità, la mia, che stava passando da un’epoca all’altra con una tale spinta accelerata che non tutti hanno fatto percorso il tragitto contemporaneamente.
Un’ulteriore riflessione sarebbe più opportuna sulla scomparsa del linguaggio scritto, propria del nostro tempo, dominato da sms e faccine…






