Pubblicato la prima volta il 24 Marzo 2016 @ 09:00
“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “In l’ha caghè ad sbrés”
Non l’hanno considerato nemmeno per un momento, nemmeno di striscio. Era riferito a chi sia stato ignorato e comunque tenuto in nessun conto contrariamente alle aspettative..ma l’espressione dava un sottile gusto se rivolta a chi millantava amicizie “importanti”, incontri ad alto livello, partecipazione ad eventi di rilievo, apprezzamenti ricevuti quando, si scopriva, si intuiva che la realtà era diametralmente opposta. Era il classico protagonista di tanti film del dopoguerra e dei primi anni ’60, dove il poveraccio si fingeva nobile e/o ricco per poi essere smascherato con somma umiliazione o la servetta presso casa di lusso faceva credere, al fidanzato ricco, di esserne la padrona (vedi Sordi, De Sica, Fabrizi).
Ma chi di noi non ne ha incontrati, di spacconi (sburòun, prochèga), nella vita reale? Negli anni ’50 fondamentale era il “peso” della divisa, non solo di quella indossata dai tutori dell’ordine che, ovviamente ha una sua funzione specifica, non solo il fascino sulle donne, si diceva, di quella militare, terrore delle madri e dei padri perché “quìl i pasa, i t’imprègna la fióla pó..is chèva de caz”, ma anche il donzello del Comune esibiva la sua, color grigio topo, con le mostrine rosse sui risvolti del bavero, come ad affermare un’autorità superiore. Ed in parte ci riusciva perché il suo lavoro “sicuro” lo metteva in una posizione di privilegio rispetto la massa dei precari o disoccupati; a lui, e quindi, alla sua famiglia, la bottega faceva credito, segnando la spesa sul quadernetto e ogni mese poteva affrontare una spesa straordinaria: le scarpe, a turno, per i bambini, la rata dei mobili, ma ai più smaliziati era chiaro che “us dà impùrtènza ma in tè cumùn è còunta cm’è dó ad còp quand è cmànda bastòun…”; anche la divisa del postino dava il suo tono, per non dire quella dei “pizzardùn” che, ancorchè vigili municipali, erano chiamati “guardie”. Ed il camice bianco “de dùtór”? Tanto distintiva che faceva montare la testa anche ai barellieri e/o ausiliari che ne portavano una simile: ne ho conosciuto uno che mentre il babbo era ricoverato in ospedale se ne uscì con “òz avèm fat diés apendicitì… “ ed il babbo: “avém? Tè t’avrè purtè al budelì tè bidòun dlà mundèzza…”.
Poi c’era, anche allora, quello che vantava un potere in ambito politico, nel partito di maggioranza (c’è chi non lo sbaglia mai), che interveniva nelle assemblee, con discorsi che spaziavano nelle varie teorie, zeppi di citazioni, intrisi di retorica, di quelli che fanno storcere il naso dei presenti più dell’odore del gas, di quelli che producono sospiri di impazienza come ad essere in fila alle poste quando c’è un solo sportello aperto, di quelli che, nelle conclusioni, venivano puntualmente ignorati (i n’è caghèva ad sbrés) e che mi ricordano tanto un episodio di famiglia quando il babbo, in una serata d’estate, decise di coricarsi dopo aver assistito, in tv, ad incontro di boxe, mentre la mamma, già coi dolori “ma gli osi” era a letto da tempo. Mentre si spogliava con tutta lentezza svegliò la mamma: “Elsa, Elsa.. v’am tò una bérra in tè frigo”. Ovvio che la mamma reagì indignata, iniziando una lunga sequela di protesta “com? t’avrìa è curağ? Mè a sò zà tè lèt… se mèl ma gl’osi a duvrìa stè só.. che tè tcè èncora in pìd? Va là c’un sarà véra.. tcè què che tpò ès… a voj véda ènca quèsta……”. Ed il babbo: “E vèrzla…”.






