“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “La las la créenza di cùntadèin”
Ha lasciato del cibo per dimostrare di non essere affamato. Apparentemente è una nota di garbo (creanza), che in realtà rivela una persona poco raffinata ed insicura; veniva riferito anche a mo’ di rimprovero a chi faceva “scarti” in tempo di magra.
Siamo al pudore alimentare, un eccesso di educazione per non tradire la fame e la miseria che colpiva soprattutto i contadini, non i proprietari terrieri ma mezzadri e braccianti.. (già il termine “braccianti” la dice lunga sullo strumento di lavoro). Così, quando si era invitati a tavola si lasciava qualcosa nel piatto come dire “avete visto? Il cibo non mi manca e non ho quindi nessuna ingordigia”. Naturalmente vera educazione è apprezzare quanto ci venga servito… ma, acquisita la certezza dei pasti principali, si conquistò anche la possibilità di criticare chi non finiva di consumare il cibo servito “la las la créenza di cuntadèin”, bollando in tal modo la scarsa educazione ed anche una provenienza sociale più umile rispetto a chi aveva fatto l’invito.
Può sembrare paradossale in un momento in cui pur riempendo lo stomaco di pane, patate, pasta…la mente tratteneva il ricordo della fame patita in un passato ancora troppo recente.. eppure l’input che si riceveva era quello di “non chiedere” per “nu pasè da sfazèd”, anzi addirittura di rifiutare un’eventuale offerta che, anche allora, capitava ai bambini “vuoi un biscotto?” “no, grazie, ho già fatto la merenda”. Capita anche adesso, certo con la differenza che noi, allora rifiutavamo ingoiando l’acquolina mentre adesso i biscotti sono quasi una provocazione in un mondo di merendine, snack, pizzette.
Esattamente l’opposto del comportamento “alimentare” che si doveva tenere a casa dove “scartare”, “sciupare” erano verbi sacrileghi. Anche mangiare quel pezzetto di “secondo” senza pane era severamente vietato perché come diceva la Elsa “sènza pèn un’è fèma, l’è luvèria”. E quegli ossicini di pollo, andavano “pluccati” fino a farli diventare lisci e lucidi, anzi i “grandi” li schiacciavano coi denti fino a succhiare il (poco) sangue rappreso all’interno e le lische (la spèina) del pesce, quando non si mangiava direttamente, come nel caso di “sardunzìn”, “pgnùlét” “omni nùd” che diventano un unico boccone con la piada “la su mòrta!”… bisognava lasciarla pulita senza alcuna scoria… quando gli scarti, infatti, erano in esubero, la mamma ci riprendeva “tfè schìv, l’è pió quèl che t’schèrt che quèl che t’magn”. Per non dire dei tegami dove era stato cotto uno spezzatino od un arrosto..che andavano “raschiati” raccogliendo il condimento rimasto assieme alle “schegge” rilasciate durante la cottura…. quella “raschiatura”, a volte, costituiva la parte destinata a chi veniva servito per ultimo, in genere, la mamma.
C’era l’esigenza di “ottimizzare”, come si direbbe oggi, il cibo che doveva “bastare” e soddisfare ma, non di meno, c’era una sorta di rispetto in virtù della fame patita, il rispetto verso chi “us sé spachè gli osì de lavór” per garantirlo ai figli, perché “ si l‘avéss zèrtùn!”… e quindi non bisognava mai mettere in imbarazzo il prossimo su quel punto. E come dico spesso, lì sono partiti molti dei nostri “modi di pensare” che ancora ci influenzano, come non presentarsi in casa d’altri all’ora di pranzo o di cena sia per non “osservare” sia per non mettere in obbligo di farci invitare. Quando si diventava ospiti inattesi o si accedeva al desco di qualcuno di manica corta… notando la scarsità del cibo, ci si asteneva, dichiarando un’improvvisa inappetenza, un sopraggiunto mal di stomaco… secondo il commento della mamma che “quand la ròba l’è pòca, l’arvènza ènca”.
Ecco: “un’è fèma, l’è luvèria” dovrebbe essere il principio ispiratore, soprattutto oggi, quando facciamo la lista della spesa.





