“T’è scadór? E’ vò dì cus guarés”

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Pubblicato la prima volta il 25 Febbraio 2018 @ 00:00

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “T’è scadór? E’ vò dì cus guarés”

Alle malattie, ai rimedi… finanche al ricovero in ospedale ho dedicato più di un ricordo.. anche perché noi bambini degli anni ’50 eravamo spesso malaticci, coi “murghènt” scesi dal naso che sembravano un tratto del viso… causa un’alimentazione sufficiente ma non certo ricca di tutte le sostanze necessarie.. dal momento che la fame, il più delle volte, veniva saziata col pane o con le patate, case poco o niente riscaldate. Del resto la miseria e la mancanza di un servizio sanitario nazionale condannavano inesorabilmente quelli colpiti di malattie gravi.. ne conseguiva, però, che ai malanni per lo più congeniti si dava poco peso. Anche per forza! Così la tosse insistente era commentata con un “dai dai tòsa, finchè dur tè a dur ènca me”… “per un fridór un’è mai mòrt nisùn”… e qualche linea di febbre non impediva certo di andare a lavorare.. timorosi di perderlo quel lavoro così difficile da trovare.. “e’ sarà quèl che dio vò!”. Ecco che allora il dialetto introduce dei modi di dire che avevano lo scopo di sdrammatizzare, tranquillizzare che ci si credesse o no…Così, quando ci si lamentava che la ferita solo parzialmente rimarginata con la “brugola” ci dava prurito, venivamo tacitati con un “l’at dà scadór? E’ vò dì cl’as guarés…”.

E quando ci sembrava di affogare nella tosse con quel catarro che, smuovendosi, pareva tuonare il commento era “l’è mèj cus sfòga.. spuda, spuda!”… con non poche contraddizioni “un te va da magnè? Mèj isè, tcè pina, te la roba indigèst..” “t’è fèma? Bòn segn…!”… per arrivare al culmine della saggezza popolare: “se non caghi cagherai… se non pisci morirai…”. Amen!

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