“E’ pèr chi sas da bat la sòla”

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Pubblicato la prima volta il 31 Maggio 2017 @ 00:00

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “E’ pèr chi sas da bat la sòla”

Definizione di testa pelata: assomiglia al sasso su cui il calzolaio batte(va) la suola, sferico, levigato e lucido.
Sì, perché anche se la visione del passato ci porta spesso a coglierne il meglio così come crescono delusione ed amarezza verso atteggiamenti incivili e discriminatori ancor oggi molto diffusi… anche allora, negli anni 50, i commenti “j’èra pòc dólz” verso disabili o persone con qualche difetto, o presunto tale, fisico secondo canoni di una bellezza standard. Persistevano pregiudizi e luoghi comuni e nondimeno la volontà di esorcizzare il peggio e trovare una fonte di gratificazione in quel poco (o niente) che si aveva ”loro sono ricchi ma noi siamo belli”. Non a caso da questa idea nacque la sera dei film “Poveri ma belli”.
La penuria del cibo veniva compensata dall’abilità culinaria della donna di casa per cui i “nòst fiól jè biènc e räss chi fa mèl vòj… i fiól di sgnùr chi magna al papini jè zàl chi fa cumpassiòn”.

Ma naturalmente c’erano anche i poveri coi quali madre natura era stata matrigna: lì si sfogava l’ironia – non sempre bonaria – di quelli che si ritenevano meglio dotati, rivendicando la propria “normalità” quando non la propria bellezza come fosse una dote da far valere in una sorta di mercato umano e traevano un’intima soddisfazione nel “minciunè…. tò in zìr” i malcapitati: “l’ha e’ nès cui péssa in bäca” (lungo ed adunco), “l’ha la bäca cl’am pèr e’ fórne ad Liverani” (grande come un forno)”, “l’ha na babóssa chè s’e’ casca spuntùn, la s’infila tla tèra” (mento lungo ed appuntito).

Così nascere coi capelli e la pelle rossa sembrava un segno negativo del destino “e’ pél räss chi n’è prova i n’è cnòss” e le lentiggini oggi ricercate come tocco di colore naturale, erano allora bollate come “l’ha la semùla tlà faza”… E se oggi divi ed altri personaggi famosi portano spesso gli occhiali non sempre per necessità ma perché donano loro un’immagine più “intellettuale” e/o snob: quando ero bambina, mettere gli occhiali se non era considerata una disgrazia poco ci mancava e, comunque, il soprannome di “quattrocchi” non te lo levava nessuno; so di persone, anche adulte, che hanno preferito vivere con una scarsa capacità visiva piuttosto che indossare le lenti, poiché quando poi le lenti erano gialle per lo spessore, coi vetri cerchiati per gli strati, ti arrivava l’appellativo di “zigatòuna”. Crudeli, direi, i commenti verso le disabilità più evidenti e serie: ho sentito soprannominare “zèmpa ad lévre” le persone claudicanti, per arrivare a “l’è nèd infelice”, fino al terribile “guardati dalle pesone segnate da Dio”… espressione, quest’ultima, che associava l’handicap fisico ad un animo malevolo e, quel ch’è peggio, veniva attribuito alla volontà divina. Il che metteva in pace la coscienza dei commentatori.

Oggi ci sono tutti gli strumenti culturali e sociali che tolgono ogni alibi alla mancanza di rispetto verso le persone in quanto tali… a genitori di bulli e bulletti che continuano a dire: “mio figlio scherzava…”.

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