Quei ragazzi li conoscevo tutti, anche se non eravamo quel che si può definire amici. D’altra parte, in una città piccola come la mia, ci si conosceva un po’ tutti di vista, vuoi perché, crescendo, avevamo frequentato le stesse scuole, praticato i medesimi sport e partecipato alle stesse feste. E sebbene avessi giocato per qualche anno a basket e quello fosse il covo dei giocatori e dei tifosi più accaniti io, in quel bar, non avevo mai messo piede.
Così rimasi un po’ preso in contropiede quando, incontrando Tondo sul Corso, dopo un saluto frettoloso mi chiese:
– Ma tu giocavi a rugby?
– Beh, sì… ma è un paio d’anni che non…
– Fa lo stesso. Vuoi venire a giocare a pallone domani sera con la squadra del nostro bar?
– Ma non ho mai giocato a calcio, non ho un gran tocco di palla, non…
– Basta che non tocchi la palla con le mani e per noi va bene. Ci serve uno stopper.
Andai.
Ancora ignoravo che questo eterogeneo gruppo di sportivi si trovava spesso a battibeccare con un paio di avventori del bar, gestori di un’attività proprio dirimpetto, essendo semprein disaccordo sulle varie questioni sportive cittadine. Il romagnolo, il riminese è così. Non puoi andare a fare l’intenditore o a parlare male della pallacanestro proprio dove i tifosi più sfegatati e soprattutto gli ex giocatori di quello sport si trovano a leggere il giornale e a giocare a carte. E’ naturale che se tu giochi a pallone in un campionato di serie inferiore dovresti avere la decenza di tacere per non venire considerato una mammoletta, uno che non vale niente proprio per il tipo di sport che pratichi. Confrontato con gli altri è uno sport il calcio?
Solo che questi due clienti non solo la sponsorizzavano,una squadra, ma ci giocavano anche.
Per cui come sempre, tirando una parola l’altra, si era arrivati alla fatidica frase “scommettiamo che…”
Come organizzare una squadra con persone che a calcio non ci avevano mai giocato o quasi? Ci fu magari un pentimento, la voglia di rimangiarsi le parole dette, forse un minimo di ripensamento ma poi l’orgoglio ebbe il sopravvento. In qualche maniera bisognava ovviare.
Perché, a parte Lito ed un altro paio di ragazzi, nessuno aveva mai giocato a calcio.
Lili era un centometrista, dieci secondi e qualche decimo sulla distanza. Ovvio che per lui, la palla nei piedi fosse più un intralcio che altro. Qualcuno aveva praticato la pallavolo, sport dove il contatto fisico è inesistente. Cosa che invece per fortuna non dava alcun fastidio a quei tre o quattro pallamanisti, per cui avevamo un bravo portiere, anche con le dimensioni diverse della palla, ma quando si trattava di fare gol con i piedi, anziché con le mani, ecco subentrare un mare di difficoltà. Diversi avevano giocato a basket e qualcun altro a baseball, sport notoriamente poco dinamico.
Un casuale incontro sul Corso aveva portato all’ingaggio di uno che aveva giocato a rugby. Serviva forse un picchiatore?
All’ingresso in campo le differenze divennero immediatamente evidenti. Gli avversari erano già in campo quando uscimmo dagli spogliatoi. Loro, tutti perfettini ed eleganti nelle tenute da gioco, addirittura acquistate dalla medesima ditta che forniva la squadra inglese dell’Arsenal, se ne stavano a centrocampo, palleggiando e guardandoci con aperta commiserazione.
Dovendo noi indossare una tenuta bianca ognuno aveva portato da casa quello che più riteneva idoneo. C’erano magliette bianche col collo a v ed altre sempre bianche macon le maniche lunghe bicolori della locale squadra di baseball. Un paio di magliette della salute, una canottiera, e qualche tenuta da gioco da pallamano e basket. Fra i pochi che avevano un numero sulla schiena due ragazzi portavano lo stesso. Poco male: Guidone, che era stato designato da entrambe le compagini ad arbitrare,conosceva benissimo tutti. Non avendo nessuno parlato del colore dei pantaloncini potevamo offrire anche qui una variegata scelta di fogge e colori. Immaginiamoci i calzettoni.
Non ebbi molto da fare per tutta la partita. Nel ruolo di libero giocava Lito che su quasi tutte le palle gridava “mia!” e spazzava l’area di rigore. Su quelle poche che rimanevano mi catapultavo io, scarpe alte da mischia e tacchetti in alluminio, e l’attaccante che avrei dovuto marcare girava alla larga. Anche perché, vista la mia irruenza e notata fin dal primo contatto l’assoluta mancanza di tocco e controllo delle mie pedate, preferiva non rischiare.
La partita si trascinò in questa maniera con rinvii alla viva il parroco da una parte e tentativi di costruire gioco dall’altra, quasi fino alla fine, senza che gli avversari riuscissero a segnare.
Cosa che per noi era importantissima. Avessimo perso dove avremmo trovato il coraggio per ripresentarci al bar?
Fu allo scoccare del novantesimo, sull’ultimo pallone disponibile, che Bobo si liberò della marcatura e mise a segno la rete della nostra vittoria.
Bobo. Uno che a pallone ci giocava davvero, nei ragazzi del Rimini. La mise nel sette, imprendibile. Subito dopo l’arbitro fischiò la fine.
La rivincita non venne mai concessa.
Bobo continuò a frequentare il gruppo, anche se ci si trovava in un bar diverso, e il suo sogno si avverò si avverò qualche anno dopo: venne acquistato dal Cagliari per giocare in serie B. Era ancora molto giovane e non veniva mai schierato in campo.
Intanto, fra i ragazzi che frequentavano il bar, si era creato un gruppo per giocare la schedina del totocalcio. Unsistema articolato in maniera tale da coprire una molteplicità di risultati che un gruppo di amanti delle statistiche metteva a punto per tutta la settimana, occupandosi di giocare nella tabaccheria di fronte le decine di schedine che risultavano dal loro lavoro. Ovvio che i risultati dovevano articolarsi proprio in una determinata maniera, altrimenti saltava tutto.
Si dividevano le spese nella speranza di dividere la vincita milionaria che tutti sognavano, per cui la domenica pomeriggio al bar tutta la comitiva seguiva con attenzione la trasmissione radiofonica “Tutto il calcio minuto per minuto”.
E finalmente, la domenica che tutti aspettavano, si presentò in una nebbiosa giornata di novembre.
I risultati cominciarono fin da subito ad incasellarsi nella sequenza desiderata. Ottimi già alla fine del primo tempo alla metà del secondo un intervento del telecronista Ameri fece esultare tutti: la Roma era passata in vantaggio. In quel momento, e mancavano dieci minuti alla fine, il fatidico tredici era realtà.
Fu proprio in quel momento che il suo allenatore, sotto di un gol in trasferta, decise di far esordire Bobo.
Che cinque minuti entrò da protagonista nell’azione che portò al pareggio del Cagliari. Poco male. La fortuna continuava a sorridere al gruppo degli scommettitori. Il sistema ridotto giocato prevedeva in una delle sue colonne anche la possibilità di un pareggio per cui il tredici era ancora blindato.
Ma avremmo dovuto ricordarci che Bobo era l’uomo dell’ultimo attacco, dell’ultima speranza, dell’ultimo pallone disponibile. Al novantesimo la mise nel sette, imprendibile.










