fbb7695e_oRimax capitolo 2 – 1821, Il Ponte stregato

– Vede, caro curato – il conte sorrise bonariamente – in ogni storia c’è un fondo di verità e, come le ho anticipato, nella mia…..-

– Non posso negarlo – rispose il prete – ma come suo confessore mi permetta di metterla in guardia contro la blasfemia di certi racconti. Lei sa che il Santo Padre…

– Oh, non ignoro certo di dovere al papato la posizione che occupo e la mia condizione di nobile, ma ciò che ho iniziato a narrarle è di dominio comune. Lei mi stava parlando del folclore ed io ho appunto una bella storia succosa da raccontarle. Se proprio vuole mettersi l’animo in pace la prenda come una confessione, ma ricordi che non c’è nessun bisogno che la storia esca da questa stanza.

Lei sa che la mia è una famiglia antichissima, che fra alterne vicissitudini può far risalire i suoi natali fino agli albori di questa città e questa è una storia che tramandiamo di generazione in generazione ormai da secoli. La storia riguarda un gatto.

Nell’angolo dove stava sonnecchiano Rimax drizzò improvvisamente le orecchie e rimase in ascolto battendo nervosamente a terra la coda. Poi si scosse inarcando voluttuosamente la schiena come se avesse a disposizione tutto il tempo del mondo, e a passi felpati lasciò il suo angolo abituale a lato del camino dirigendosi verso il salottino sistemato nell’angolo del salone nel quale stavano conversando il conte ed il suo interlocutore. Qui giunto balzò su una comoda poltrona e si acciambellò cominciando a ronfare sonoramente.

– Mi stava raccontando come il ponte fu iniziato nel 14 dopo Cristo e terminato nel 21, sette anni dopo. – disse il curato.

– Anche un imperatore dopo, se vogliamo. Non le sembrano un po’ troppo sette anni?

– Beh, non saprei… i Romani costruivano le loro opere velocemente, però a me sembra plausibile.

– Le racconto come i romani assediassero le città nemiche. Se erano difese da una cinta muraria loro costruivano a debita distanza una nuova muraglia e chiudevano dentro i nemici, affamandoli. Se un fiume lambiva la città lo deviavano, assetandoli. Quindi si accampavano attendendo tranquillamente che fame e sete giocassero a loro favore. Al momento opportuno offrivano farina ed altre vivande agli assediati in cambio delle loro armi fino a che la città assetata, affamata e disarmata capitolava. Il tutto richiedeva pochi mesi.

No, caro curato, i sette anni occorsi per la costruzione del ponte sono troppi. Non è da romani. Non è da Roma. Ascolti invece come la storia viene tramandata nella mia famiglia. –

Il curato si sedette più comodamente e si dispose ad ascoltare.

– Come loro abitudine i romani cominciarono di buona lena la costruzione del ponte per collegare la via Flaminia, che proveniva da Roma, con la via Emilia, allora principale via di collegamento con le province galliche – cominciò il conte – ben presto però la costruzione del ponte cominciò ad accumulare ritardi e contrattempi, cosa inusuale per le iniziative solitamente prese dai romani specialmente per quello che riguardava le loro opere pubbliche.

Il fiume sembrava posseduto, come se fosse vivo, un’anguilla viscida e capricciosa che cambiava corso nel volgere di una notte inondando cantieri costruiti all’asciutto o travolgendo, con piene improvvise e inaspettate, operai e impalcature, facendo ripartire daccapo, ogni mattina, i lavori ormai terminati ma distrutti nel corso della notte.

Passarono così, senza che se ne venisse a capo, sette anni.

Alla fine l’imperatore Tiberio, esacerbato dal persistere di questa situazione decise di inviare un nuovo prefetto che mettesse fine a quella situazione di stallo. Pensando che tutto fosse dovuto a giochi di potere e di clientelismo scelse un uomo deciso, volitivo, senza troppi scrupoli. E questi immediatamente diede ascolto alle ipotesi di ingegneri e liberti preposti alla direzione dei lavori non tralasciando nemmeno di recarsi, senza ostentare la sua carica, nelle bettole frequentate dagli schiavi che con molto piacere raccontavano, in cambio di una coppa di vino, dei molti prodigi misteriosi ed innaturali che accadevano nel cantiere del ponte. Si convinse così che qualcosa di sovrannaturale ne impediva il completamento.

Come fare allora per contrastare questo fato? Sacrificare un toro a Minerva, dea delle scienze? O una giovenca a Nettuno, dio del mare? Forse le popolazioni che in precedenza avevano abitato la città adoravano un dio del fiume sconosciuto ma ancora potente. Come rabbonirlo? A chi chiedere consiglio?

Convocò pertanto un gruppo di sacerdoti ed aruspici che si rinchiuse nel tempio di Giove Massimo e dopo alcuni giorni di digiuno, preghiera e divinazioni gli comunicò che alla prima notte di luna nuova la ninfa del fiume avrebbe operato un incantesimo e permesso che il ponte venisse terminato senza ulteriori ritardi. In cambio avrebbe preteso i servigi del primo che il mattino dopo avesse attraversato il ponte. –

Rimax scese dalla poltrona ed andò a strusciarsi contro le gambe del conte. Questa parte del racconto lo affascinava sempre, era la sua preferita.

– Venne la sera della luna piena – continuò intanto a raccontare il conte – e calò una fittissima nebbia che impediva di vedere a più di un palmo dal naso e che attutiva e rendeva indistinto qualsiasi rumore. Quando, il mattino dopo, la nebbia si alzò svanendo sotto i primi caldi raggi del sole, il ponte apparve in tutto il suo marmoreo splendore, identico ai progetti, magicamente completato in ogni suo particolare.

Il prefetto, che aveva aspettato con ansia l’arrivo del mattino, comparve seguito dai suoi legati sul lato del ponte che rivolto verso la città. Durante la notte i suoi legionari si erano giocati ai dadi il privilegio che fosse uno di loro ad attraversare per primo il ponte e a servire la bellissima ninfa del fiume. Il vincitore, che non aveva dormito per la trepidazione dell’attesa guardò il prefetto fino a che questi non gli segnalò di avanzare.

Nessun romano lo sapeva ma nemmeno Rimax aveva dormito granché. Il gatto era anche molto affamato. Si era aggirato a lungo per le viuzze nei dintorni del ponte vicino alle bettole e alle cucine della legione ma non era riuscito a sgraffignare nemmeno un bocconcino. Adesso era appostato, silenzioso, da più di mezz’ora a fianco della spalletta del ponte, adocchiando un grasso topino che a brevi intervalli metteva fuori la testolina da un pertugio fra le pietre. Era un topino giudizioso e prudente. Rimax osservava le sue vibrisse frementi saggiare l’aria intorno, lo guardava farsi avanti e poi retrocedere precipitosamente. Proprio in quel momento il topino si decise e venne completamente fuori dal suo nascondiglio, dirigendosi verso l’altra sponda del ponte. Rimax immediatamente gli si avventò contro ma il topo, accortosi del pericolo, non potendo più tornare al sicuro nella sua tana, prese a correre velocissimo verso l’altra estremità del ponte, inseguito da vicino dal gatto.

Corse proprio dove la ninfa del fiume attendeva l’arrivo del legionario prescelto, precedendone l’arrivo, prima il topo e poi il gatto.

– Quindi la ninfa si dovette accontentare del topo anziché del soldato? – domandò il curato.

– Con suo grande scorno, sì – rispose il conte sorridendo.

– Una storia piacevole, una variante del classico patto col diavolo, sempre a caccia della prima anima che passa.

– La storia però non finisce qui – commentò il conte chinandosi a grattare il dorso di Rimax – si racconta anche di come la ninfa se la prendesse con il povero gatto, addossando a lui la colpa del pessimo affare concluso. Gli lanciò una maledizione per la quale il gatto sarebbe rimbalzato, immortale, avanti e indietro nel tempo, guidato dalla paura o dalla casualità dagli albori al termine della storia di quella città.

– Ah ah ah – rise il curato – finale appropriato. E lei, conte, ci crede davvero?

– Ma no, è chiaramente una storia di fantasia, caro curato, una leggenda, però credo sia possibile che esista un fondo di verità! – rispose il conte scambiando di nascosto col gatto uno sguardo di intesa.

Lascia un commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *