Parlate riminesi #14

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Foto di Venanzio Raggi, 1992

Pubblicato la prima volta il 11 Dicembre 2016 @ 18:23

Foto di Venanzio Raggi, 1992

In questa puntata cercherò finalmente di concludere il discorso sugli esiti della penultima vocale nelle parole che avevano originariamente l’accento sulla terzultima, come DIÀVOLO.

Nelle puntate precedenti abbiamo detto che se a Rimini, in città, si trovano parole come ‘Rémmin’ e ‘dièvul’ è perché c’è una spiccata tendenza a conservare quella vocale. Invece in periferia, e soprattutto in campagna, dove quella vocale cade, si hanno gli esiti ‘Rémmni’ e ‘dièvli’, o ‘Rémmne’ e ‘dièvle’. Dunque la città è circondata da una “cintura” di dialetti in cui la caduta di quella vocale è sistematica, o quasi. Poi abbiamo capito che quando ci avviciniamo alla Romagna centrale, e troviamo esiti come il santarcangiolese ‘dièval’, questi non sono analoghi al ‘dièvul’ riminese, ma vanno col ‘dièvli’ che si trova nei dialetti a nord del Marecchia, fra Rimini e Santarcangelo. Si capisce allora che la “cintura” in cui si ha sistematicamente la caduta di quella vocale si estende almeno fino a Savignano.

Se però continuiamo ad allontanarci da Rimini, le cose cambiano. Nella parte della Romagna che include le città di Cesena, Forlì, Faenza e Ravenna, con le campagne circostanti, è piuttosto diffusa la tendenza a conservare quella vocale. Ad esempio nell’area compresa fra Ravenna, Faenza e Forlì si trova spesso l’esito ‘gêvul’ da DIÀVOLO (in questi dialetti DIÀ- diventa ‘gê-’, ma questo ora non ci interessa).

C’è, anche qui, una certa differenza fra le città e le campagne circostanti, nel senso che in campagna si trovano molto più spesso gli esiti della caduta della vocale. Ad esempio a Ravenna, in città, si trova ‘gêvul’, ma se ci si spinge fuori città, nei paesini fra Ravenna e Forlì, si trova per lo più ‘gêval’. E i femminili, quando si vogliano costruire, sono ‘gêvula’ in città e ‘gêvla’ fuori città. È pur vero, però, che queste sono solo tendenze generali, perché in questa parte della Romagna la differenza fra la città e la campagna è meno netta, per lo meno da questo punto di vista. Ciò è dovuto a due ragioni. La prima è che in generale c’è più uniformità nei dialetti, mentre nell’area riminese a distanza di pochi chilometri si possono avere cambiamenti notevolissimi (si pensi alla differenza fra il riminese e il santarcangiolese). La seconda è che gli esiti cittadini faticano di meno a diffondersi, perché chi sia abituato a dire ‘gêval’ può acquisire facilmente la variante urbana ‘gêvul’, mentre a Rimini chi abbia sempre detto ‘dièvli’ sarà assai restio a cominciare a dire ‘dièvul’ (e viceversa).

Chiarito che nella Romagna centrale si trova una situazione più “sfumata”, le tendenze mostrano comunque delle notevoli analogie con ciò che si può trovare a Rimini. Tanto più se si tiene conto che anche a Ravenna è la comunità legata alla marineria che si mostra più “lontana”, in tutti i sensi (sociale, linguistico, ecc.), da quella contadina (o bracciantile).

In una puntata precedente ho detto che a Rimini per alcuni pesci e molluschi si trovano nomi come ‘baràcula’, ‘móssul’, ‘trèmmul’ (plur. ‘trémmul’), ‘granzévula’, ‘linguàtula’ e ‘marìdula’. E per gli oggetti della marineria ci sono nomi come ‘trabàcul’, ‘màscul’, ‘mèncul’, ‘pégula’, ‘réfful’, ‘sèsula’, ‘sàgula’, ‘varìgula’.

Questi esiti di Rimini si possono confrontare con quelli di Porto Corsini, dove risiede la comunità della marineria ravennate. Anche lì per i nomi dei pesci e dei molluschi si trovano, ad esempio, esiti come ‘baràcula’, ‘mòssul’, ‘trèmmul’, ‘linguàtula’; e gli esempi potrebbero proseguire. In questi sviluppi l’affinità fra Rimini e Ravenna sembra persino più stretta di quella che si può cogliere fra la città di Rimini e l’immediata periferia.

Questi sviluppi sono importanti anche perché ci consentono di escludere una certa ipotesi. Quando si dice che a Rimini nella parlata più tipicamente urbana si dice ‘tèvula’, non ‘tèvla’, e si dice ‘dièvul’, non ‘dièvli’ (o ‘dièvle’), si può avere l’impressione che le varianti cittadine siano prodotte dalla volontà di adottare esiti più prossimi a quelli dell’italiano, magari perché percepiti come più raffinati. Ma questa spiegazione non va bene per la maggior parte dei nomi dei pesci, dei molluschi e degli oggetti della marineria, come quelli visti poco fa, perché questi nomi spesso non hanno una corrispondenza in italiano. Ad esempio ‘baràcula’ deriva dal volgare BA(T)RÀCCOLA, e gli esiti di questa voce volgare si trovano in gran parte dei dialetti dell’Italia settentrionale, ma non in quelli dell’Italia centrale. È vero che oggi si trova “baraccola” anche nei vocabolari di italiano, ma questo è l’adattamento di una parola presa dai dialetti settentrionali: il ‘baràcula’ riminese esisteva molto prima che nei vocabolari di italiano venisse inserito questo adattamento. Così, mentre in italiano spesso non si trovano le voci corrispondenti, sfogliando un vocabolario di dialetto veneziano le corrispondenze si trovano quasi sempre: ‘bàracola’, ‘mùssolo’, ‘trèmola’ (o ‘trèmolo’), ‘grancèola’, ‘marìdola’, ‘trabàcolo’, ‘màscolo’, ‘pègola’, ‘rèfolo’, ‘sèssola’, ‘sagola’, ‘verigola’ eccetera (ho usato il ‘Dizionario del dialetto veneziano’ di Giuseppe Boerio, del XIX secolo).

Abbiamo dunque queste analogie che vanno da Ravenna a Pesaro (e anche oltre, ma a noi può bastare ciò che abbiamo visto fin qui), passando per Rimini. Si coglie, nel complesso, una “tendenza costiera” a conservare la penultima vocale delle parole che avevano originariamente l’accento sulla terzultima, tendenza che si contrappone a quella dell’entroterra, dove quella vocale tende più spesso a cadere.

È pur vero che, come ho detto, la tendenza alla conservazione si trova anche in altre città della Romagna centrale, come Forlì, Faenza e Cesena (non però a Imola, per lo meno per quel che riguarda gli esiti delle terminazioni –OLO e -OLA). Bisognerà dunque spiegare per quale ragione si trovino tali analogie fra queste città. Ma, visto che a Rimini questa tendenza si trova soprattutto nella comunità dei marinai, e che essa si ritrova poi lungo la costa fra Ravenna e Pesaro, ovunque ci siano delle consistenti comunità marittime, viene da pensare che sia stata la “strada del mare” a mantenere dei collegamenti fra questi dialetti costieri.

Una volta che si accolga tale ipotesi, viene spontaneo chiedersi che ruolo possa aver avuto in questi sviluppi il dialetto veneziano. Sicuramente lo ha avuto per il lessico, perché molte delle parole del mondo della marineria si sono diffuse in Adriatico a partire da Venezia. Può averlo avuto anche per certi sviluppi fonetici?

Ipotesi di questo tipo vanno sempre avanzate con molta cautela. Dopo averle formulate, bisogna valutare attentamente tutte le implicazioni, e verificare che tali implicazioni non siano incompatibili con certi fatti noti. Non è la sede, questa, per condurre in modo rigoroso una ricostruzione teorica di eventi accaduti nel corso di molti secoli. Mi basta aver fatto vedere, ai miei pazienti lettori, che quando un glottologo sente dire ‘Rémmin’ o ‘dièvul’ nel centro di Rimini ritrova nella sua memoria una serie di collegamenti che portano molto lontano, nello spazio e nel tempo.

Con questo si concludono le mie riflessioni sugli esiti della penultima vocale nelle parole che avevano originariamente l’accento sulla terzultima. A partire dalla prossima puntata vedremo altre significative peculiarità delle parlate riminesi.

Davide Pioggia

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