“L’è nèd infèlice…”

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Pubblicato la prima volta il 3 Dicembre 2015 @ 19:05

Il 3 dicembre è la Giornata Internazionale delle persone disabili e in California due killer hanno fatto strage in un centro per persone portatrici di handicap, uccidendone 14.

I TG dicono “non se ne conoscono i motivi”, ma ci possono essere dei motivi per uccidere a sangue freddo degli esseri umani inermi? Probabilmente quella considerazione è legata al terrorismo ed alle sue manifestazioni globali e trasversali, ma ci devono preoccupare non meno le sofferenze che ogni giorno, ogni momento vengono arrecate alle persone disabili, appunto senza motivo, solo ed in quanto disabili: barriere, bullismo, emarginazione, che fanno rima con l’inerzia o inadeguatezza delle istituzioni, con la stupidità delle persone che affermano la loro superiorità solo quando tormentano i loro simili,  perché siamo simili in quanto appartenenti tutti al genero umano ognuno con il suo fisico, la sua mente, il suo orientamento religioso, sessuale, politico, ognuno col diritto ad avere un’esistenza dignitosa.

L’espressione che ho riportato questa sera segnava chi, appunto, nasceva con una qualche disabilità o evidente difetto fisico, un’espressione dura, cruda ché attribuiva, da subito, lo stato d’infelicità: un’espressione che non ha motivo di esistere perché il bilancio sulla vita se sia stata felice o meno va fatto alla fine non alla nascita ed in mezzo ci deve essere stato ogni tentativo perché il bilancio possa essere positivo. Ma, allora – mi riferisco sempre agli anni ’50 – quell’espressione centrava comunque il punto, dal momento che alludeva non a difficoltà o ritardi ma alla felicità, obiettivo di tutti su questa terra. La vita era dura, già per chi era dotato dalla natura, è comprensibile, quindi, che, in quegli anni, si ragionasse così.

Non era ancora obbligatoria la vaccinazione antipolio, non esisteva prevenzione pre parto o metodi diagnostici sulle condizioni del feto, ancora arretrata la tecnica per la risoluzione delle fratture, la chirurgia plastica, scarse le strutture idonee al trattamento di disabilità fisiche e psichiche, alla riabilitazione e, in ogni caso, non c’erano le risorse per affrontare i costi derivanti da cure e farmaci che accompagnano pressoché tutta la vita, per non dire delle case che non avevano certo la logistica adatta a favorire l’agio a persone con disabilità. Forte, quindi, l’emarginazione subita come fosse una condizione naturale e scarsa anche l’aspettativa di vita dato che, come dicevo, non venivano praticate cure e, al di fuori della famiglia, nessun altro se ne occupava. L’ignoranza, che alimenta allora come oggi i pregiudizi, per tagliar corto attribuiva le cause della disabilità alla volontà divina sintetizzando la situazione con un modo di dire davvero crudele: ”guardati dagli uomini segnati da dio”.

“U j’ervènz la gamba tinca”, dopo una frattura, “l’avù gl’infantigliòli da znìn”, convulsioni e febbre molto alta nella prima infanzia, “l’èrvènz tuchèd”, dopo un ictus, “u jè sc-iop nà bòmba tàl mèni”, bombe inesplose post belliche, “i l’ha cavè si fèr”, parto col forcipe, “dóp clà bóta un è stè pió ló”, conseguenza di un trauma, incidente. E poco teneri anche gli aggettivi “sci-anchèd, stróppiè, struvlèd, mongolino, sgrazièd”

Ma non mancava l’ironia “l’ha è giudizie de mi Nani, a quarènt’an e’ géva la pissa, a zinquènt’an è géva la caca”. E ricordo il babbo cui non ha mai fatto difetto una certa dose di cinismo che appellava ogni uomo zoppicante con “zèmpa ad lévre”.

Oggi alibi non ce ne sono più.

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