“L’ha ad frischìn…”

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Pubblicato la prima volta il 11 Gennaio 2016 @ 00:00

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “L’ha ad frischìn…”

È chiaramente riferito ad un odore (cattivo), emanato da cosa, animale o persona, detto con un’espressione dialettale nota ai più.
Per gli altri la spiegazione può essere quella dell’odore lasciato dall’uovo nei contenitori dove sia transitato, una volta aperto.
Oggi, pur con le cucine pluridotate, lo si percepisce a volte, nelle stoviglie uscite dalla lavapiatti; un tempo era facile avvertirlo quando, le stesse, venivano asciugate con strofinacci umidi e magari poco puliti. Avviene la stessa cosa quando sul pavimento viene passato un straccio non lavato e risciacquato per bene: “è pèr cl’abia pisè un gat”, diceva la Elsa. Un odore inaccettabile quando è trattenuto da bicchieri o piatti: lo avverti appena ti siedi alla tavola apparecchiata, impossibile starci sopra col naso.
Ma la Elsa, che aveva il senso dell’odorato molto sviluppato (peraltro trasmessomi), andava oltre: un lungo allenamento nel rilevare la qualità del cibo dall’odore emanato, perché già “tirando su col naso” si può riconoscere l’uso o meno della cipolla, se l’olio è quello d’oliva o di semi, “slè ränȥg” o, addirittura, “quìl i fréz sla margarina”; per non dire del pesce quando “l’è pas ad fanterìa” o sia stato conservato, si fa per dire, nell’ammoniaca che, sempre secondo la Elsa, “se t’an stè tèinti.. tmòr invlinèd..”.

Può essere riferito, dicevamo, anche alle persone, ovvero a quelle che hanno poca dimestichezza con acqua e sapone; in questo caso, invece, il commento era “l’ha póza ad scalfègn” ovvero di selvatico; “ja vòja a dès è rusèt.. se pó in sé lèva… e i fa e’ sc-iumon sóta braz” ed anche “l’ha na póza ad sudór che lasa la scìa…”. Eh sì, perché venendo dal periodo in cui non c’era il soccorso dei deodoranti, solo l’acqua ed il sapone potevano contrastare il sudore o, al massimo, il talco che, però, doveva essere usato dopo essersi lavati e non deposito direttamente sotto le ascelle o nel solco dei seni ché, sennò, “è fèva un tacòun…”. Né si è mai rassegnata a quelle che “li stà a marèina da la matèina a la sèra ènca quand agli ha e’ marchès e po’ a chèsa e’ custòm il mèt ad fóra anziché lavèl”.

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