La pacòuna

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Pubblicato la prima volta il 22 Aprile 2016 @ 00:00

Variabile di “pachessa”, definizione di donna vanitosa, quella che “la sdà impurtènza”, oggi diremmo “con la puzza sotto il naso”. Espressione maggiormente riferita al genere femminile considerato, oggi si sa, a torto, quello più esibizionista per quanto attiene l’aspetto fisico, anche se il “darsi le arie” registra molti casi che attengono ad altri aspetti, più vicino allo snobismo soprattutto, in campo culturale. Dunque verso la fine degli anni ’50, primi ’60, escono in commercio i prodotti per la cura della persona a prezzi più accessibili, i deodoranti fino ad allora sostituiti dal talco, la crema per le mani ed anche per le rughe, imperversa la pubblicità dei dentifrici che non erano ancora nell’usanza generale anzi c’era chi si vantava di non aver lavato mai i denti; ma esordiscono, soprattutto, i cosmetici: la cipria, la matita per ripassare le sopracciglia, il mascara (quello nella scatolina dove si sfregava il pennellino dopo averlo inumidito con la saliva), gli ombretti.

Così le donne, di quel ceto popolare che, fino a quel momento, si erano occupate solo della casa e dei figli, che portavano in viso quell’ombra sul labbro superiore, quando non baffi veri e propri, la peluria sulle gambe, le sopracciglia cespugliose, le unghie mozzate dalle faccende domestiche cominciano a “metsè só”, qualcuna sommessamente con garbo e misura, altre, come assetate che trangugiano finalmente acqua, in maniera carica e ostentata. Camminavano impettite, sorrisi aperti accentuati dal rossetto, sicure di aver qualcosa in più rispetto quelle ancora “ad acqua e sapone”. A loro erano rivolti i commenti che andavano da “mascaròun” a “pacòuna”… fino ai più malevoli “l’ha vòja a tninsè só, tanimodi us véd clè vecìa… l’èra zà léa, quand a sèra znìna mè” e “la vò fè la reginetta ma la fa rìd i pól”.

Poi c’erano quelle che, migliorata la condizione economica, mettevano in mostra “gli ori”. La prima, grande aspirazione in questo ambito, era sostituire la misera catenina con il collier, di quelli con le maglie grosse, di un giallo forte e massiccio, il ciondolo che con la mano veniva fatto scorrere, durante le conversazioni, per attrarre maggiormente l’attenzione e lanciare due messaggi, uno che manifestasse il nuovo benessere, l’altro, l’ammirazione del marito che sicuramente era l’artefice del dono. Insomma, l’obiettivo era suscitare invidia.
Ma c’era un altro motivo per cui, tra le spese superflue, i monili in oro avevano la priorità. Il babbo che, come si sarà capito dai racconti precedenti, era a dir poco “sparagnino” non disdegnava l’oro – ovviamente appena è stato possibile accedervi – perché lo considerava una sorte di scambio alla pari coi soldi, anzi, una forma di investimento, dato che la moneta svaluta e l’oro no.
Ricordo di aver avuto in regalo un bracciale in oro mentre mi negava un paio di stivali di cui avevo anche bisogno. Nel tempo ho “ho dato via” il bracciale, che mi era rimasto profondamente indigesto.

Dunque l’ostentazione non mancava, non a caso è di quell’epoca il detto “maza la béssa”, fatto risalire a quel tale che, avendo indossato le scarpe nuove, pronunciava allarmato la frase puntando il piede verso la fantomatica biscia, al solo scopo di far notare le scarpe nuove. La povertà, infatti, portava come effetto, due tipi di atteggiamento tra chi preferiva il riserbo; ho già detto del babbo che quando faceva acquisti importanti e voluminosi, chiedeva la consegna serale, quando oramai gli sguardi dei curiosi erano ritirati nelle loro case e la mamma che, all’ora della merenda, ci chiamava in casa perché “òz burdèl l’an gnè per tót!” e chi invece “voleva far vedere”.
Ricordo che nel periodo pasquale c’era l’usanza, per chi poteva permetterselo, di andare al forno del quartiere a preparare e cuocere la ciambella. La mamma chiudeva lo scatolone dove aveva riposto i filoni e se non fosse stato per il profumo, non ci sarebbe stata alcuna indicazione, c’era chi, invece, riempita e coperta la cassetta con un foglio di carta gialla, lasciava fuori, in bella vista un filone e faceva il giro dell’isolato per assicurarsi che tutti fossero ben informati. Per non dire di chi metteva in mostra sul davanzale della finestra primizie, piante e fiori avuti in regalo, indumenti nuovi esposti stranamente a “prendere aria” beccandosi il “bdòć arfàt”, accompagnato da un “us véd chi n’ha mai vù gnìnt”.

E per non passare da “pacòuna”, a volte, ci si metteva alla pari. Riporto l’esempio della pronuncia di nomi da esprimere in una lingua diversa dalla nostra… in particolare, i nomi degli attori. Non si conosceva certo la lingua inglese e quindi la tendenza era quella di pronunciarli così come venivano letti: Gèrri Lèvis, Dèan Martin, Toni Cùrtis, la Baccàl, la Rùssel; ma poi noi ragazzini, con una vita di relazione più vivace rispetto ai nostri “grandi”, avevamo appreso la corretta pronuncia… ma continuammo a ripetere quei nomi nella forma italianizzata, perché dicendo Gerri Luis, Din Martin, Toni Cärtis, Lorèn Bocöl, Gein Rassèl saremmo passati per esibizionisti “sburùn e muntèd”.

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