“T’è c–menzè prèst a patì…”

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Pubblicato la prima volta il 6 Ottobre 2018 @ 09:50

Raccontare degli anni 50/60, è sicuramente una forma di auto analisi che, come già detto, aiuta a comprendere dove affondano le radici di alcuni schemi mentali che ti porti dietro nonostante le diverse esperienze della vita, gli stimoli culturali, le relazioni sociali. Nessuna interpretazione filtrata da ideologia ma una sorta di fotofinish, dove a fermarsi è l’età dello sguardo per cui alla mente tornano le sensazioni prima ancora delle immagini e dei pensieri.

Viene di rimando la percezione netta della divisione, anzi distinzione dei ruoli tra uomo e donna. Da poco le donne avevano ottenuto il diritto al voto, inconcepibile in quel momento la legge sul diritto di famiglia, mentre il delitto d’onore ispirava i films e la norma sull’abbandono del tetto coniugale si abbatteva pressocché esclusivamente sulla moglie. E la società matriarcale tante volte dipinta col cipiglio delle azdore, era, per l’appunto, riferita ad una gestione domestica dove il margine di scelta praticamente non esisteva se non per obiettivi essenziali che poi, alla fin fine, si riducevano alla necessità di assicurare il pasto di tutti i giorni. Si lavorava per mangiare, si mangiava per poter lavorare.

Questo, uno dei motivi per cui la parte  più abbondante e sostanziosa, spettava all’uomo, al capofamiglia che lavorava “fuori” mentre la moglie, per ultima, raschiava il tegame col pane. L’aceto allungato con l’acqua in sostituzione del vino e, racconta la mamma, quel quadretto di piada nascosto sotto il materasso per “farlo durare di più” dava un appagamento unico ad andarlo a scovare durante la notte. Un “cartoccio” di zucchero o delle arance, il privilegio riservato ai malati che si andavano a trovare in ospedale.
Nella bottega dei generi alimentari le donne si contendevano i “culi”, oggi “fondini” dei salumi, le “molliche” del tonno rimaste sul fondo del barattolo di latta, l’olio nella boccetta della birra, dieci lire conserva, mezzo chilo di pasta, “e’ gamboz” (la parte finale) del prosciutto. La scusa: “l’è pio’ sapurid” ma la ragione era che veniva venduto a minor prezzo.
Sì, il cibo era un valore e per la generazione che lì si è formata, lo è ancora, una generazione immune dalle tentazioni di fast food, surgelati e sughi pronti. Ho sempre pensato che la salsina verde con cui ho visto farcire i panini del Mc Donalds assomigliasse al vomito del gatto.

Non a caso l’espressione “vado a fare la spesa” era riferita all’acquisto prevalentemente di cibo. Prodotti sfusi a quantità giornaliera non solo perché, ancora lontano il frigorifero, era impossibile preservarli ma perché la quantità “calcolata” assicurava contro ogni forma di spreco: quello c’era e quello doveva bastare. C’era un’abilità speciale del bottegaio, vecchio di mestiere, nell’incartare i prodotti, la carta gialla e del taglio appropriato, un volta riempita, veniva ripiegata, ai lati, muovendo contemporaneamente indici e pollici, dal basso verso l’alto fino al tocco conclusivo che, all’apice, sigillava la confezione, quasi a tenuta stagna. A noi bambini piaceva poi  “scartuzè” riponendo nei barattoli e nelle scatole di casa.

Dunque alla donna il compito di far quadrare il bilancio, di far fruttare quella busta paga conservata nel cassetto del comò, celata agli occhi degli estranei, tra la biancheria.

Ecco, il “non far vedere” era uno status di quel periodo. Pudore, riservatezza, orgoglio. E certamente anche ignoranza. Si badi, non mancanza di sensibilità ma penuria di informazioni anche dovuta ad un basso tasso di scolarizzazione. E poi si cominciava solo allora a mettere la testa fuori casa. Si usciva dai rifugi che non erano solo quelli della guerra, bisognava impadronirsi di nuovi simboli ed entrare in contatto con un mondo che, fino ad allora, sembrava rinchiuso nella scatola della radio e nella “settimana INCOM”, il cinegiornale che precedeva la proiezione del films nelle  sale cinematografiche. “I l’ha fat veda te film Luce”… così chiamato perché negli anni precedenti le informazioni passavano attraverso il Giornale Luce, prodotto dall’omonimo Istituto.

Si usava un modo di dire oggi in disuso: “non dar confidenza” , soprattutto agli uomini, che poi era anche un modo di vivere mentre la raccomandazione ricorrente ai bambini era “nu fa e’ sfazed” fino al punto che veniva imposto di rifiutare anche quando ci veniva offerto qualcosa, soprattutto cibo, “dop i dis c’an vi dem da magnè”. Così la vita intima era tabù assoluto. Mai sentita la mamma farne cenno con  le altre donne, durante le veglie. Magari ne parlavano ricorrendo a metafore, come qualche risatina innaturale faceva sospettare ma con la massima attenzione a non farsi cogliere dai bambini. E pur dormendo nel lettone coi miei genitori, mai colti nell’intimità non fosse stato per quel particolare, allora inspiegabile, che addormentatami nel mezzo, mi svegliavo la mattina sul bordo.

Ed anche la peculiarità femminile delle mestruazioni, veniva vissuta come se il proprio corpo fosse difettoso tanto che i pannolini di cotone o di lino, a dire il vero allora si chiamavano “pezze”, dovevano essere accuratamente sottratti dall’occhio del marito, guai lasciarli in giro. Un avvenimento da consumarsi nella propria individualità e che, proprio per questo, le donne definivano con un “ho le mie cose”. Non a caso i maschietti che “lui non piange perché è un omino”, una volta cresciuti si sarebbero vergognati di acquistare in farmacia gli assorbenti per la moglie. Del resto era ancora in auge il pregiudizio che le donne mestruate, toccandole, avrebbero fatto seccare le piante. Tantomeno se ne parlava alle bambine. Così quando, precocissima ed ignara toccò me, l’unico commento che sentii fu “te c–menzè prest a patì

Era la donna a spingere il bimbo con la carrozzina di quelle basse, in metallo, con la quattro ruote piccole piccole, per il marito sarebbe stato un gesto palese di debolezza, punti tolti alla virilità d’immagine che aveva il suo peso nell’autostima e nella considerazione generale. Sì insomma, il marito che svolgeva compiti domestici era considerato un “pataca”, succube della moglie. E non solo dagli altri uomini. Ed anche quelle che partecipavano ai cortei del primo maggio o alla Festa della Donna promossa dal PCI o dall’UDI vivevano una netta divisione tra le idee politiche e la morale personale.

Prendevano noi donne, quando quella del Partito le andava a trovare a casa ma  poi leggevano Grand-Hotel, con i fumetti disegnati da Walter Molino,  che apriva ai sogni ristoratori, ad un romanticismo estraneo, negato nella realtà di tutti i giorni. Così la donna che fumava in pubblico, che entrava da sola in un bar, che appariva troppo vistosa, un mascaroun, con il rossetto accentuato, lo smalto alle unghie era facilmente percepita come “poco seria”, definita con un termine dialettale, pure scomparso: “l’è un scaccher”.
Poi il boom spingerà al lavoro, non più saltuario, anche le donne. L’economia si apriva a nuovi orizzonti e due stipendi erano necessari per l’acquisto di beni che, almeno si credeva, anticipavano una nuova civiltà. La Scuola Media Unificata, superando le Scuola d’Avviamento offrirà nuove opzioni alla formazione scolastica delle bambine, fin lì penalizzate secondo un concetto che mio babbo sintetizzava così: un convein fela studiè che po’ l’ariva un pataca cu tla porta via

Ed il lavoro farà scattare la molla di un’indipendenza non solo economica.

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