Le interviste di R.S.: Dino Pecci

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da: "Il Giornale dell'Emilia", 27 ottobre 1953

Pubblicato la prima volta il 11 Agosto 2018 @ 09:48

via Zavagli il mattino dopo

Dino “Dinein” Pecci, classe 1924, è un simpaticissimo signore riminese dagli occhi blu come il mare, quel mare che si affaccia davanti alla sua casa e che ha sempre amato in modo viscerale, soprattutto per motivi “genetici”: il padre, infatti, marinaio di lungo corso come altri suoi famigliari, ha solcato, a cavallo tra due secoli, tutti i mari del mondo e vissuto innumerevoli vicissitudini legate alla propria professione che, all’epoca, era realmente pionieristica. Dino, invece, dal punto di vista delle disavventure, non è comunque stato da meno: nonostante oggi appaia come un bonario e gaudente signore con un bel sorriso, in quanto ex residente di San Giuliano a Mare detiene il non invidiabile primato di essere stato uno dei feriti più gravi causati dal tragico scoppio in via Carlo Zavagli la sera del 24 ottobre 1953.

In quella sciagurata concatenazione di eventi sfavorevoli, un’autobotte carica di GPL proveniente da Mestre e diretta alle acciaierie di Terni, tentando di attraversare la nostra città in direzione sud – non esisteva ancora l’autostrada – a causa di un malinteso o di un’indicazione sbagliata (a tutt’oggi non è ancora chiaro) imboccò via Carlo Zavagli in direzione mare; l’autista, confortato dai segnali stradali che indicavano la presenza di ponti con altezza adeguata agli ingombri del mezzo (che, però, in realtà erano ormai vecchi e non tenevano conto del limitato – ma, purtroppo, decisivo – innalzamento del manto stradale di molti centimetri causato dalle successive asfaltature) si ritrovò improvvisamente con il rimorchio incastrato sotto uno dei cavalcavia e danneggiato a tal punto da permettere la fuoriuscita del gas pressurizzato, poi incendiatosi in brevissimo tempo a seguito delle scintille generate dal violento sfregamento del metallo contro il calcestruzzo del ponte. Il terribile “geiser” ha così assunto la terribile forma di una colonna infuocata e incontrollata: a poco sono servite le grida di allarme dei conducenti in fuga e il tempestivo intervento dei Corpo dei Pompieri di Rimini, accorso nel tentativo di spegnere le fiamme: dopo alcuni minuti, a causa dell’altissima temperatura generata e dell’impossibilità di rimuovere il rimorchio, la seconda cisterna esplose improvvisamente, investendo i soccorritori e i curiosi convenuti e causando 4 morti (Lucia Pasini, Virginia Mainardi, Antonio Montemaggi e Gilberto Mangianti, di soli due anni) e 150 ustionati.

Quella sera Dino non l’ha mai dimenticata: il trauma psicofisico gli ha letteralmente sconvolto l’esistenza e l’ha obbligato ad una perigliosa e lunghissima degenza prima all’ospedale di Rimini, poi a Venezia e, infine, a Ferrara, dove è rimasto addirittura sette anni per sottoporsi a numerosi interventi chirurgici e trapianti di pelle. Dino è riuscito a tornare ad una vita quasi “normale” solo dopo dieci anni, per riprendere il suo lavoro presso l’anagrafe di Rimini dove, grazie all’eccellente e minuta calligrafia, si è occupato dei “registri decennali” del Comune.

Ecco il suo ricordo in prima persona.

«…La mia famiglia abitava in via Di Miniello e proprio in quegli istanti io ero… alla toilette! Udito il botto [relativo all’incidente stradale N.d.A.], mi sono precipitato a vedere cosa fosse successo nonostante mia sorella m’intimasse, senza successo, di non andare, ché poteva essere molto pericoloso… ma ero talmente curioso che nella fretta di uscire mi sono dovuto abbottonare i calzoni durante il tragitto: ricordo che il cielo era rosso come al tramonto nonostante, data la stagione, fosse ormai notte inoltrata.

Arrivato sul posto, mi sono messo a parlare con alcune persone dell’accaduto ma, proprio in quel momento, una lingua di fuoco [causata dallo scoppio vero e proprio, N.d.A.] mi ha investito, scaraventandomi all’indietro e ribaltandomi in aria diverse volte; istintivamente mi sono coperto gli occhi con le braccia, che poi sono risultate gravemente ustionate, ma probabilmente questo gesto mi ha salvato sia la vista che, forse, la vita.
Incredibilmente, forse a causa della direzione del vento?, da quella travolgente lingua di fuoco siamo stati colpiti solo noi che stavamo nella zona “a mare” dell’esplosione: coloro che sostavano verso la città non furono neanche lambiti dall’onda d’urto!

Ripresomi per un istante da quel terribile volo, come molti altri ho preso istintivamente la strada per il mare, cercando così, in modo ovviamente disperato, di trovare sollievo gettandomi in acqua. Avevo i capelli in fiamme e versavo in condizioni evidentemente pietose: un amico, riconoscendomi dalla voce (sic), mi ha trattenuto a stento e subito avvolto in una coperta: anche questo gesto mi ha risparmiato ulteriori sofferenze, nelle quali sarei sicuramente incappato gettandomi nel canale, come fecero molti altri sventurati.
Nel più breve tempo possibile noi feriti siamo stati trasportati tutti all’ospedale con mezzi di fortuna, soprattutto motorini e motoscooter, cercando di attraversare la città, letteralmente tagliata in due dall’evento, nel più breve tempo possibile e sfruttando le stradine secondarie del borgo.

In quel momento è partita la mia odissea, che si è protratta per altri dieci anni e mi ha visto entrare e uscire da tanti ospedali e subire numerosi trapianti e interventi chirurgici. Mia moglie, con cui all’epoca ero solo fidanzato, ha vissuto al mio fianco tutte le peripezie condividendo addirittura il viaggio di nozze… all’ospedale di Ferrara!».

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Una replica a “Le interviste di R.S.: Dino Pecci”

  1. Io avevo 9 anni ed abitavo in via Zavagli al 34. Mi ricordo che ci fu una prima esplosione ed uscimmo tutti in strada, avviandoci, da curiosi incauti verso il luogo dell’incidente. La seconda esplosione colse purtroppo i primi che si erano avvicinati troppo.
    Per anni abbiamo poi visto i segni delle ferite su chi si era salvato, ma era stato colpito dalle vampate di calore.

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