“La scóffia”

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Pubblicato la prima volta il 6 Giugno 2017 @ 00:00

Mi è stato sollecitato il ricordo sulla “scuffia” (la cotta), quella attrazione amorosa da sempre diffusa senza distinzione d’età.

Sul tema “amore” o relazioni amorose avevo già riportato i ricordi in un precedente racconto. Ma la scuffia, in effetti, è altra cosa.
Quella che fa fermare il tempo, chiude lo stomaco, alimenta le visioni, distoglie dalla mera realtà, ci fa volare se si apre lo spiraglio e ci fa sentire dei rospi che aspirano al principe od alla principessa quando non s’intravedono speranze.

Dico subito che quel termine cominciò a circolare tra le nuove, seppur di allora, generazioni. Prima, infatti, era più facile sentire l’espressione “l’avù.. l’ha ciap na passiòun per… “ ed anche “u j’èndè la tèsta in zampanèla per “, fino a quelli più attempati, che per assicurarsi l’amata “u s’è magnè sòld e pudér per..”. Non di meno i più giovani, quelli ancora “brùclós”… che scoprivano le prime pulsioni sessuali e sbavavano dietro la donna matura e prosperosa, quella con le curve fasciate dai vestiti attillati, le labbra carnose, il sentore che emanavano i pori della pelle: “l’ha j’ha fat sintì l’udór..”. Era ancora l’epoca in cui le ragazzine prendevano la scuffia per l’attore, il bellone interprete del fotoromanzo o del film: Tyrone Power, Robert Taylor, Marlon Brando, Paul Newman, Cary Grant.. i nostri Amedeo Nazzari, Massimo Girotti, Massimo Serato se lo sognavano la notte sostituendosi alla protagonista femminile.
Erano le prime avvisaglie del sentimento amoroso ma quei sogni servivano anche ad evadere da una realtà che aveva liberato le famiglie dalla fame, portando ancora con sé i segni della guerra che prendevano corpo nella povertà, anzi nella miseria, come si chiamava allora. Stanze disadorne, promiscuità, modi essenziali se non bruschi e allora l’eterna favola del “principe azzurro” era più facile viverla ad occhi chiusi. Nella vita di tutti i giorni ci si doveva accontentare del garzone di bottega che ti strizzava l’occhio quando entravi nel negozio con la mamma, che faceva finta di non vedere. Perchè ogni mamma ambiva a che la figlia trovasse un buon partito ma, consapevole di una sorte che difficilmente premiava i poveri – anche nelle lotterie dice la Elsa “a n’ho mai vìnt gnìnt” – era meglio un bravo ragazzo con la voglia di lavorare “piutóst c’un birichìn”.
Eh sì quello era il pericolo da scongiurare cominciando proprio dalle prime scuffie, quando la ragazzina, impressionata anche dai film americani che rimandavano le immagini dei teddy boy, subiva il fascino dei “ribelli” nostrani: quel giubbotto, il ciuffo, la spavalderia, il rifiuto più o meno esplicito delle regole… e allora si usciva “di nascosto”. Bisognava giustificare il lavaggio dei capelli in un giorno diverso dal solito e quel catino bianco, smaltato che si usava come bidet, e poi il talco profumato che, prima dell’arrivo dei deodoranti, tamponava le ascelle ed il solco tra i seni, il “puffi” a scuola o l’uscita anticipata dal lavoro, la passeggiata verso la campagna o la spiaggia semideserta. Il primo, sconvolgente bacio che costringeva a schiudere le labbra e la prima vera lotta con sé stesse combattute tra la voglia di apparire “grandi”, moderne, la paura di essere lasciate al rifiuto della “prova” d’amore” e quel desiderio di “vestito bianco” inculcato fin dall’infanzia.

Per il maschio riminese di ogni età, anche allora, la scuffia aveva invece il suo momento privilegiato in estate, con le tedeschine o le svedesi che bionde, pelle trasparente, lentiggini in viso (la semola) calavano dal nord pure loro attratte, oltrechè dal mare, da quel latin lover romagnolo destinato alla storia col più prosaico nome di “birro”; e quanti pianti al momento della partenza, quante promesse “ti scrivo… vengo a trovarti…”, mentre il commento della mamma “t-ciarè pataca?”. Sarà poi il boom economico che, cambiando gli stili di vita influenzerà anche la sfera amorosa: le ragazze saranno autorizzate al lavoro serale nelle pensioni, nelle birrerie e lì la scuffia era inevitabile, come le bugie per i ritardi notturni (“ho dovuto fare lo straordinario… mi è uscita la catena dalla bicicletta… il filobus ha tardato..”).
Bugie che bisognava strolgare anche per andare a telefonare nella cabina pubblica nelle ore più insolite, cercando quella più lontana possibile, da raggiungere a piedi, per sfuggire allo sguardo di parenti e conoscenti e la rabbia, la delusione, il timore dell’abbandono – quando dall’altra parte non arrivava risposta – che toglievano l’appetito “cumèla chè t’an magn? Eh zà lèa la chèmpa ad èria!”.

L’arrivo del giradischi portatile, quello chiuso nella valigetta faciliterà poi le feste casalinghe della domenica pomeriggio. Quello il luogo invernale dove la “scuffia” nasceva e si alimentava. Approfittando dell’uscita dei genitori, si spostavano i mobili della sala, nell’angolo il giradischi, sul tavolo paste e vermut. Scaldata l’atmosfera con qualche cha cha cha e rock and roll, si passava ai balli lenti… il lampadario si spegneva, le serrande si abbassavano, i passi rallentavano ed il rumore dei respiri mozzati superava anche quello della musica, finchè i più cotti finivano incastonati negli angoli. Naturalmente c’erano anche le scuffie non ricambiate… ma questo è un altro racconto.

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