In memoria di Mirco Mangianti

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Gino Mangianti, detto "il Matto", in una foto di Amedeo Montemaggi (1969)

Pubblicato la prima volta il 25 Settembre 2021 @ 17:27

E’ purtroppo scomparso Mirco Mangianti, figlio di «Gino il matto», erede e attuale gestore del suo notissimo ristorante di pesce.

Quasi mio coetaneo, lo avevo conosciuto poco dopo l’apertura a metà degli anni sessanta, quando i miei genitori andavano a pranzo dal padre, un vero personaggio che aveva lanciato in Romagna la moda di un ristorante in campagna ma specializzato nel pesce, in particolare le grigliate con pescato rigorosamente locale. Gino stesso era stato un marinaio, durante la guerra era stato in prigionia e cucinava per i compagni; aveva aperto in un casolare la trattoria e ne aveva battezzato le stanze con nomi marittimi come cambusa o sala motori (la toilette). Non era davvero matto, anzi forse era più furbo di altri, sapeva condire il pesce (sempre ottimo e freschissimo) con lo spettacolo: come abituale frequentatore, ricordo tanti episodi, come le rotture di piatti, il fucile a portata di mano, l’aggirarsi con il coltello urlando che se il pesce non era buono avrebbe ammazzato qualcuno in cucina.
Era ovviamente tutta scena per richiamare l’attenzione e si scatenava nei clienti non solo il divertimento ma, dopo le consuete e abbondanti bevute, anche il riso sfrenato.

Ricordo che una volta Gino mi giocò uno scherzo simpatico: avevo forse 9 anni, alla fine del pranzo avevo sete e chiesi dell’acqua; mi porto un bicchiere mezzo pieno dicendomi che era l’acqua del pozzo. In realtà era una specie di acquavite nostrana di produzione casalinga, che doveva avere certamente più di 40 gradi: senza saperlo, provai trangugiare il liquido ma naturalmente fui fermato subito. In questo modo era così diventato talmente famoso che anche la Rai venne a riprenderlo come un tipico romagnolo esuberante. Una volta l’intera direzione bolognese de Il Resto del Carlino venne a Rimini, su suggerimento del capopagina, per provare le delizie di Gino.

Alla fine degli anni Sessanta e agli inizi degli anni Settanta il suo era un ristorante à la page, frequentato da tanti forestieri spesso famosi: anche il noto umorista Marcello Marchesi ne parlava a Roma. Quando il locale era pieno e ancora giungevano avventori che insistevano, Gino tirava fuori un fucile da caccia e a volte sparava in aria qualche colpo. Ma aveva per noi sempre il posto libero; qualche volta apparecchiava un tavolo in cucina pur di accontentarci: vedevo così il movimento frenetico della moglie e degli aiutanti intenti nel preparare le pietanza e mi accorgevo di quanto fosse duro il lavoro di chi voleva fare bene il mestiere del ristoratore.

Mirco era di tutt’altra pasta: all’epoca, anche per superare la noia degli interminabili pranzi degli adulti, dopo che era terminato il servizio (il lavoro minorile era la norma…) stavamo a chiacchierare insieme e lui era sempre mite, sorridente e accondiscendente nei giochi, quasi volesse essere l’opposto di quel padre eccessivo. Poi i miei hanno interrotto le frequenti visite alla trattoria e quindi anche noi non ci siamo più visti. Pensavo sempre di andare a trovarlo per rispolverare qualche ricordo ma con grande rammarico devo riconoscere, purtroppo, che il tempo ci insegna che la nostra esistenza non è eterna, che spesso rinviamo a domani quello che potremmo fare oggi, perché crediamo che la vita attenda noi.

Andrea Montemaggi

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