Il grattacielo di Rimini, simbolo di un’epoca

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Un monolito. Dal 1959 un monolito si staglia, inconfondibile, sull’orizzonte riminese e sul profilo della città, emergendo in modo talmente netto e contrastante da stimolare reazioni radicalmente discordanti nei singoli osservatori. Come la comparsa periodica dell’oscuro parallelepipedo nell’Odissea spaziale e fantascientifica di Stanley Kubrick – parimenti caratteristica di una decade rivoluzionaria e pregna di riflessioni sull’evoluzione dell’umanità e sulle declinazioni (o aberrazioni) della tecnologia in divenire – il nostro grattacielo porta con sé innumerevoli considerazioni e metafore che esulano da estetica, urbanistica e architettura, spesso troppo soggettive e rischiosamente polemiche: rappresenta invece, in modo maggiormente obiettivo, una simbologia antropologica e sociale del proprio tempo, fattasi concretamente materia, spazio e volume.

Sorto sull’area dell’ex Officina Gas di proprietà della vedova Carloni, Vittoria Salvioni, e progettato dall’architetto istriano Raoul Puhali (1904-1980), il grattacielo di Rimini con i suoi 101,50 metri di altezza per «29 piani e 900 locali – tutti i comforts moderni», come recita il depliant dell’epoca, si pone al 32° posto nella classifica attuale dei grattacieli italiani: tale posizione è sensibilmente arretrata rispetto all’omologo di Cesenatico (al 19° posto, con 118 metri e 35 piani), edificio più alto d’Italia dal 1958 al 1960. Questi dati, solo in apparenza, meramente tecnici racchiudono, in realtà, l’essenza stessa del campanilismo per riportarci, troppo facilmente, una reinterpretazione moderna delle torri comunali medievali; in quegli anni, infatti, solo nella nostra Riviera sorgono in rapida sequenza il Grattacielo Marinella di Milano Marittima (Cervia), struttura da 90 piani inaugurato il 16 luglio 1957, nel 1958 il citato Grattacielo Marinella II di Cesenatico – entrambi opera dell’ingegner Eugenio Berardi di Lugo – infine il nostro grattacielo l’anno successivo. Sul finire degli anni Cinquanta, quindi, la corsa (e rincorsa) all’appropriazione dei simboli e dei primati non è solo già cominciata, ma si è ormai consolidata anche a livello di partecipazione popolare e diverrà una frizzante caratteristica degli anni successivi, sull’onda di un successo turistico di distretto senza precedenti e senza esclusione di colpi (nel 1957 Rimini raggiunge il primato italiano del numero di hotel e pensioni mentre Riccione è al terzo posto): la storia ci insegna che le suggestioni vengono generate e alimentate soprattutto attraverso le rivalità esasperate. Addirittura in quegli anni viene prospettata una «città di grattacieli» e viene profetizzato «un grattacielo in ogni città della costa». Nel 1962 l’avvento del nostro monolito viene sorprendentemente citato dal New York Times («la svettante mole sull’antica Rimini»), insieme ad altre cinque costruzioni moderniste europee, scelte tra i più famosi centri commerciali e grattacieli metropolitani, quale segno distintivo di un Vecchio Continente in progressivo rilancio economico: in sostanza si sottolinea esplicitamente ai lettori l’inevitabile parallelo con l’adozione e condivisione occidentale dell’American Way of Life del secondo dopoguerra («i visitatori americani si fermeranno alla vista di grattacieli e centri commerciali, credendo di trovarsi a casa»).

L’ingombrante volume e il suadente, ma visivamente incombente, fascino esercitato dal totem in emersione sul minuscolo profilo circostante,vengono efficacemente immortalati fotograficamente da Armido Della Bartola dal proprio atelier in viale Cormons. In un’immagine, particolarmente incisiva e dai molti significati, il pittore inquadra il cantiere ormai in fase conclusiva instillando implicitamente, nello stesso scatto, sia l’infantile e genuino stupore dell’artista un po’ bambino di fronte alla gigantesca costruzione, sia l’orgoglio del cittadino moderno. Perciò, in linea con le ambizioni de La Dolce Vita (1960) e con l’ossessione per l’ostentazione della borghesia rampante dell’epoca, Della Bartola ha immediatamente acquistato – contemporaneamente ai colleghi Miselli e Piombini – uno dei primi vani per trasferire il proprio studio nel Futuro. Della Bartola dipingerà tra le nuvole sino a fine anni Settanta: molte suggestive rappresentazioni della Città «a volo d’uccello» scaturiranno proprio da quel punto di vista privilegiato. Nella medesima fotografia, peraltro, è possibile vedere sullo sfondo sia un aeroplano al decollo, segno tangibile e metaforico del Boom turistico contemporaneo, sia le tante gru sparse per la città, concretizzazione di ricostruzione inarrestabile e di una comunità in costante espansione.

In tempi recenti l’edificio ha avuto chi lo ha romanticamente narrato con immagini e parole: il regista Marco Bertozzi, che ne è orgoglioso «cittadino», gli ha dedicato un toccante documentario, Cinema Grattacielo (2017), in cui vibra il microcosmo di «una città interna alla città»: nel 1965 viene addirittura stampato un giornale, «La gente del Grattacielo», curato dagli abitanti (per gli abitanti) senza pubblicità; negli anni Sessanta viene ospitato l’istituto alberghiero e negli anni Settanta la scuola media numero 4.

Quel monolito che incombe da più di sessant’anni sul profilo cittadino, monumento postmoderno che grava sugli antichi da troppe prospettive, quindi, rimane testimonianza tangibile (e ingombrante) della Rimini Felix, che supera l’estetica per narrare indirettamente l’antropologia culturale e la storia economica locale del secondo Novecento. Racconta lo stesso Bertozzi nel corso del film: «I primi ricordi della mia città erano il Grattacielo da una parte e Fiabilandia dall’altra (…) un parco delle favole con il lago dei cigni, il galeone dei pirati, il villaggio dei cow-boys, dove tutti i bimbi d’Italia volevano venire. Forse crescere a Rimini negli anni Sessanta è stata un’esperienza drogata, il palcoscenico dell’Italia del Boom, il più alto consumo di simbolico mai visto al mondo». E aggiunge: «Oggi penso che crescere a Rimini in quegli anni sia stata un’esperienza tragica ed esaltante, qualcosa che sembrava esaudire il desiderio di una favola molto terrena».

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