A differenza di quanto avveniva in periferia dove tutti erano poveri, i poveri di città si sentivano come i neri in uno stato governato dai bianchi. In via Cairoli, dove sono nata e vissuta fino a sette anni (dal 51 al 58), c’erano i commercianti (Bruno dei Generi Alimentari), gli artigiani (Amedeo, il falegname), il maestro, l’oste (La cantina di Turno, “dalla Gigia”), la nobildonna decaduta…. abitavano i Pivi (dell’omonimo garage) che già, dai primi anni 50’, possedevano il televisore (tra i primi a Rimini, unici in via Cairoli) di quelli che si guardavano dal basso verso l’alto, posizionati su di una torretta, enormi, incassati in un cubo di legno, con le valvole e le manopole, un solo canale. Non da meno la casa, di proprietà, era suddivisa in entrata, cucina (con frigorifero bombato), sala da pranzo, salotto, camere, telefono nero …assomigliava a quelle dei film americani che avevano da poco iniziato l’invasione sui nostri schermi cinematografici, dopo l’ondata del neorealismo. E, naturalmente, avevano l’auto, anzi la macchina. Era il momento della Giardinetta, della Fiat Millecento, della Bianchina.

Seguivano i lavoratori dipendenti ma a stipendio “sicuro”, ferrovieri, statali che contavano il privilegio di poter “segnare” nella bottega. I commercianti, soprattutto quelli dei generi alimentari, infatti, facevano credito ai clienti che avevano difficoltà ad arrivare a fine mese. Il debito giornaliero veniva “segnato” su di un quadernetto e saldato (almeno parzialmente) con l’entrata del mese, all’arrivo, appunto, dello stipendio “sicuro”.

E poi c’erano i poveri come me, figlia di una marinaio precario che alternava gli imbarchi sui mercantili al lavoro di manovale edile (già meno di un muratore) o ad altri lavori saltuari (pescatore, scaricatore, spalatore di neve, ecc).. e, infine, c’erano anche quelli più poveri, i cosiddetti “figli della guerra” o dei disoccupati cronici.

La stufa

La mia famiglia abitava in un’unica stanza, sopra l’allora Cinema Italia. Armadio a due ante, comò, letto matrimoniale, tavola con quattro sedie, credenza, baule, mastello, catasta (il mucchio, è moc) della legna, fornello con bombola del gas da utilizzare d’estate o in caso di emergenza diversamente “da mangiare” si faceva col fuoco della stufa. Il gabinetto, con la turca, era fuori anzi giù, nel pianerottolo, a metà delle quattro rampe di scale che portavano alle stanze superiori. Cinque stanze, cinque famiglie. Il gabinetto era d’uso comune…A noi bambini ci veniva risparmiato, rimpiazzato dal vaso da notte di latta (l’urinel) che si teneva nascosto sotto il letto.

Io, la più piccola, dormivo nel letto con i miei genitori e solo molto più tardi ho capito perché, addormentandomi di notte in mezzo ai due, mi svegliavo, la mattina, da una parte, sul ciglio del letto. Mio fratello Romeo, più grande di tre anni, dormiva dalla nonna assegnataria della stanza accanto. Oggi, all’ombra delle nostre cucine robotiche, per quanti oramai avvezzi alla programmazione informatica degli elettrodomestici, riscaldamento, aria condizionata, è inimmaginabile la molteplicità di funzioni cui assolveva la stufa, smaltata di bianco, con cromature. La più ovvia era quella del riscaldamento, il calore si irradiava, in modo decrescente, per tutta la stanza mentre la brace della sera, quando il fuoco si lasciava spegnere, finiva nello “scaldino” che si teneva sotto la sedia o nel “prete” o “suora” ovvero il baldacchino di legno che, nel letto, diminuiva il gelo e la rigidità delle lenzuola ed impediva il quasi assideramento notturno. Spesso, il prete, veniva rinforzato dai cappotti appoggiati sopra le coperte o un mattone riscaldato o da una bottiglia (in genere quelle delle della birra con il tappo a valvola) di acqua calda. Ma nonostante i diversi espedienti per combatterlo, non c’era bambino, tra noi, che non portasse sul viso, con il naso imbrattato di “murganti” o “muccioli” verdastri, il marchio impresso dal freddo della stanza.

Sui cerchi che coprivano il cratere di terra refrattaria, si cuoceva una piada oggi inimitabile, alla faccia della nutella! Perlopiù, però, si mettevano i tegami: al centro, quelli coi cibi da cuocere, a latere, quelli da tenere in caldo. A fianco della “piana” (che a fine uso si lucidava con carta smeriglia e una passata di metalcrom) c’era la “caldareina”, una piccola caldaia, infossata nella stufa, che forniva acqua calda per pronto uso e, scoperchiata, diffondeva per tutta la stanza il vapore che contrastava la secchezza prodotta dal fuoco di legna. A lato dello sportellino di alimentazione c’era il forno dove, in genere, si cuocevano mele e pere acerbe o quelle malconce avute a minor prezzo dal fruttivendolo (la fròtta scarteda), nei periodi di vacche grasse (a Pasqua), le lasagne verdi o la ciambella. Sotto il forno si trovava lo scomparto al quale il calore arrivava mitigato. Era un piccolo ripostiglio dove, spesso, si mettevano a scaldare le calze dei bambini per compensare la “leggerezza” delle scarpe di pessima qualità, rigorosamente comprate nelle “liquidazioni” o tra gli articoli generici del mercato ambulante, quando non erano le cosiddette “scarpe buone” di seconda o terza mano. Ricordo, una volta, un mio paio di scarponcini con il fondo di sughero e la tomaia di panno (praticamente oggi li chiameremmo pantofole). Inzuppati nella pioggia, furono messi ad asciugare nel sottoforno. Asciugati ma anche infeltriti, diventarono di una misura più piccola. Una mezza tragedia, allora, quando il vestiario, specialmente per i bambini, non si poteva comperare ma solo “rimediare” magari ricavandolo da taglie più grandi (es. le maglie “bustezzi”). E, come dicevo, non era così per tutti, la maggior parte delle mie compagne di scuola (la Ferrari) figlie di professionisti o commercianti, avevano già gli stivali e la “mantella” antipioggia. Ricordo anche una sottoveste fatta, dalla nonna, coi ferri e con la lana tratta da una vecchia maglia “da sotto” di un grigio tetro come solo può essere una maglia logora e (si diceva allora) “innasseda”. Per ravvivare la sottoveste e, soprattutto, per fare la “giunta” alla lana grigia, la nonna fece l’orlo con un rotolino di lana rossa, lavorata all’uncinetto. Crescendo io, di molto, in altezza, ogni anno la nonna aggiungeva un giro di lana rossa. Alla fine, verso i sei anni di età, la sottoveste aveva un pizzo rosso, l’orlo, che partiva dal petto.

La “piana”della stufa era rifinita da un maniglione tubolare che serviva da poggiamano e, specialmente, da stenditoio. Lì si metteva l’asciugamano che si usava durante il giorno, il pigiama da “tenere in caldo” per la notte, lì si agganciavano gli attrezzi: il ferro (è fer dla stufa) per togliere e mettere i cerchi, la paletta per la cenere. Lo stenditoio vero e proprio era, però, quello a raggiera che veniva applicato sul tubo verticale. Lì si mettevano ad asciugare i panni di piccole dimensioni, lavati nel mastello (prima di legno poi di alluminio), a volte (era il caso degli strofinacci più unti), bolliti in una vecchia pentola dismessa, con l’aggiunta della “saponina”, un detersivo sfuso (un corrosivo mangiamani) che si comprava dalla Tuda, vicino alla “pesa” del pesce, nella Vecchia Pescheria. In una stecca della raggiera si appendeva anche il mestolo che si usava per raccogliere l’acqua dalla “caldarina”. Sulla stufa non mancava mai una pentola d’acqua da tenere in caldo e, all’occorrenza, i ferri da stiro, piccoli e massicci. Tolti dalla piana si impugnavano con una presina per non scottarsi la mano. Sui “panni” più difficili, come i pantaloni da uomo cui bisognava dare la “piega” giusta, il ferro, veniva passato con un fazzoletto inumidito per ottenere l’effetto “vapore”. Ricorrente anche l’uso dei “fondi di caffè” per stirare e ravvivare i panni di colore marrone.

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La stufa, come fonte di calore, era il nostro “scaldabagno”. Il rito del bagno era settimanale, ogni sabato sera, con mozziconi di sapone e strigliate di spazzola (la scupètta). Quotidianamente, invece, ci si lavava con l’acqua del “catino”, fredda d’estate, scaldata nella pentola, d’inverno. Da vasca fungeva il mastello posto rigorosamente davanti la stufa, per l’occasione, con lo sportellino aperto. Il contrasto di temperatura tra la posizione della vasca ed il resto della stanza garantiva la cronicità dei malanni alle vie respiratorie che, personalmente, mi porto ancora dietro.

E la stufa era anche il nostro fon. Ricordo, infatti, che lavati i capelli ( con lo shampoo in polvere nella bustina “Palmolive” e con risciacquo, antipidocchi, a base di aceto), seduti davanti la stufa, a testa in giù, si esponeva la chioma al calore e si attendeva l’asciugatura. La mamma approntava una “messa in piega” usando, a mò di bigodini, rotolini di carta trasparente attorno ai quali venivano annodate le ciocche di capelli. Alla fine i capelli erano sì puliti ma anche impregnati dell’odore di fumo e fuliggine, tanto più forte, quando, di notte, i capelli sfregavano sul viso, contro il cuscino.

E questo era ancora niente rispetto all’odore acre ed al fumo che invadevano la stanza quando i tubi “non tiravano” (l’è garbein, la stufa la bòta zò) ed il camino s’intasava. S’imponeva, allora, l’operazione di pulitura dei tubi, soprattutto della “tộrta” che univa il tubo verticale con quello orizzontale collegato al camino. Seguivano scene da commedia dell’arte. La mamma, preveggendo il nero/fumo (è sfunezz) che, di lì a poco, avrebbe tinto ogni cosa, si affrettava a stendere fogli di giornale sulla tavola e sul pavimento. Noi bambini, in disparte, in timorosa attesa dei moccoli del babbo contro l’ossido che inchiodava la torta, attenti a non calpestare la fuliggine che, immancabilmente, cadeva sull’unica parte del pavimento non riparata dal giornale. [Anche i moccoli, inseguendo, l’evoluzione economica, hanno avuto una loro storia. Quelli nati nella miseria erano duri, originali, “inventati” volta per volta, frutto delle incertezze e della più assoluta precarietà. Soprattutto quelli degli uomini. Nelle donne, le stesse che andavano in Chiesa al “mese di maggio”, le bestemmie erano dettate dalla disperazione più che dalla rabbia. Non di rado bestemmiavano mentre piangevano].

La legna, che serviva tanto per cucinare quanto per riscaldare la stanza, si comprava a “sacco” (proprio il sacco di iuta) cento lire la volta, quando andava bene, cinquanta lire le altre, nella rivendita di via Isotta. La dose giornaliera era razionata dal babbo, secondo il principio unico e generale che lo voleva titolare di ogni diritto in quanto “l’unico che portava a casa i soldi”. Guai a togliere i cerchi per accelerare la cottura! Uno spreco di fuoco e, quindi, di legna, che una brava donna di casa doveva prevenire regolandosi al meglio coi tempi di cottura, gli orari e le abitudini di casa. Queste ultime erano scandite dai ritmi di lavoro del capofamiglia. E l’avarizia, necessariamente crudele, come sa essere quella dei poveri, arrivava a stratagemma che solo l’istinto di sopravvivenza poteva smontare. Il babbo, per tenere sotto controllo il mucchio della legna, ci metteva sopra dei “segnali”, nella fattispecie una corda sagomata in un certo modo. Sottraendo anche un solo pezzo di legna, la corda avrebbe cambiato sagoma! Capito il trucco, mi ingegnavo nell’operazione attenta a risistemare, al meglio, la corda. La sera, al rientro dal lavoro, il babbo buttava lo sguardo sul mucchio, qualcosa non lo convinceva ma preso dal dubbio e dalla necessità di non svelarsi, era costretto a far finta di niente mentre la mamma ed io respiravamo di sollievo, come dire: è andata anche questa volta.

Naturalmente la bocca della stufa sostituiva anche il bidone dell’immondizia. Si bruciava di tutto: carta, rifiuti non commestibili della tavola e, soprattutto, legna “rimediata” nei cantieri. Ricordo in particolare quello allestito per la costruzione dell’Istituto Marvelli, allora noto come “Gioventù Studiosa”. Io ci andavo a prendere i pezzi di gesso per scrivere sui mattoni rossi del pavimento di casa. Dirò poi quale è stata la prima parola che ho imparato a scrivere. La nonna ci “rimediava” le asse della legna.
[Scrivendo questi appunti ho realizzato la chiara percezione di quanto il verbo “rimediare” fosse necessariamente diffuso. Si rimediava la cena della sera elaborando gli avanzi del pranzo, si andava a cogliere le erbe di campagna (per noi di via Cairoli era campagna la zona dove è sorto il Villaggio Ina Casa, allora “I Cundott”) e, mentre si “facevano le erbe” nei campi abbandonati, si rimediava qualche cavolo negli orti che proprio abbandonati non erano].

Dunque, poveri sì. Certo non poveri come chi aveva vissuto la guerra, loro avevano patito la fame noi avevamo abbastanza per riempirci lo stomaco con le tre P: pane, patate, pasta …

Buona Memoria,
Grazia Nardi

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