“I pan in sé fat gnìnt”

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Pubblicato la prima volta il 18 Agosto 2016 @ 00:00

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “I pan in sé fat gnìnt”

Un’espressione curiosa “i panni stesi non si sono fatti niente” (la stessa che si usa per dire che qualcuno è uscito illeso da un incidente “per furtùna un s’è fat gnìnt”): insomma sono rimasti com’erano, bagnati. Anzi, non hanno nemmeno scolato l’acqua.

L’ho riportata non tanto per il senso che ha in sé ma perché dà l’ennesima dimostrazione di come il dialetto arricchisca il linguaggio, contrariamente alle tesi “ufficiali” dominanti, arrivando addirittura ad animare, umanizzare cose ed oggetti. Ma come sempre ogni espressione introduce una situazione. Negli anni ’50 “i pan” ovvero gli abiti, gli indumenti in generale erano pochi e non si cambiavano più volte al giorno e, tranne le biancheria intima, in realtà le sole mutande, neanche tutti i giorni. Anzi, soprattutto gli uomini, solo quando “a gli era spòrchi” e, certamente, dopo il bagno settimanale o quindicinale. So bene che non in tutte le famiglie era così, ma sono altrettanto certa che lo era in molte. Ho già detto del bagno nel mastello di fronte alla stufa, del timore che il freddo della stanza accelerasse la produzione di quel catarro praticamente congenito ma, non di meno, capitava di disporre di un solo “cambio” o poco più; dunque si poteva lavare con una certa frequenza il maglioncino, perché ce n’erano altri, di quelli fatti a mano coi ferri, con i fili di lana multicolore perché derivata da altre maglie giunte al limite e, quindi, dismesse ma la rebecca, quella che “si metteva sopra”, aperta davanti, coi bottoncini, quella no, perché ce n’era una sola.

Nella scala dei consumi (???) l’abbigliamento era all’ultimo posto, quando al primo c’era l’affitto (per chi non abitava in una casa popolare), seguito dal vitto e da “luce” e “acqua”. E prima dei vestiti c’erano le scarpe “ma c’al madòni uj crès i pìd cmè l’èrba…”. Non era, dunque, un caso che i maschietti portassero calzoni corti in estate ed inverno fino alla pubertà, la stoffa era un bene prezioso da razionalizzare al massimo, così d’inverno faceva un certo effetto vedere quelle gambotte violacee per il freddo, “murèli” come diceva la mamma. Solo i “signorini”, figli di signori, li portavano sopra il ginocchio, oggi diremmo i bermuda, allora erano alla “piccolo lord”. E all’esigenza di salvaguardare gli indumenti essenziali, di sporcarli il meno possibile… perché “a lavèj is arvèina… si legava l’usanza del “grembiulino” a quadrettini.. che anche quello era più facile confezionarlo, lavarlo ed asciugarlo, magari steso ai ferri che circondavano il tubo della stufa. Senza dire che la maggior parte degli indumenti aveva una storia riciclata che li vedeva tramandati, trasmessi, interscambiati, trasferiti, adattati dai genitori ai figli, tra fratelli e sorelle… o “rimediati”, come la maglie “bustézzi” o i pantaloni con le toppe o rammendi o innesti fino ad arrivare a quelli regalati dalla “signora” dove nonna o mamma prestavano servizio, ovviamente usati, o regalati dalla “santola” in particolari ed eccezionali occasioni. Ed il capo nuovo si teneva per la domenica o per le feste comandate e guai a sporcarlo “se t’at spòrc, quand vèin ad cióra ad pést..”, per cui eravamo costretti a stare impalati limitando ogni movimento che potesse contaminarci.

Di rigore gli acquisti sul mercato, dove per stabilirne il prezzo, le maglie di lana, di vera lana contrassegnata da quel gomitolo stilizzato, venivano pesate con la stadera, o nella liquidazioni. Per anni, nella vecchia pescheria, di fronte la “pesa” del pesce, dove poi si insediò la Pasta Fresca, ci fu una liquidazione di scarpe “a porte aperte”, pilotata con un megafono: il titolare metteva in mostra, di volta in volta, una paio di scarpe ne indicava numero, caratteristiche prezzo e chi, nella folla radunata davanti, alzava per primo la mano se le accapparrava; quando poi gli interessati erano più d’uno ”ad casèin!?”. Ma quando mi capitava di avere scarpe nuove, mi piaceva sentirne l’odore tipico, così raro, visto che la maggior parte le avevo avute in regalo, usate, e ricordo che rientrando dalle prime uscite, lavavo la suola con un panno perché si conservasse “nuova” il più a lungo possibile.

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