Al cinema di una volta…

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Cinema Fulgor Rimini

Pubblicato la prima volta il 9 Novembre 2018 @ 13:57

Il mio rapporto con l’affascinante mondo della celluloide ebbe inizio in modo molto traumatico.

La memoria mi porta ai primissimi anni ’50 dentro la sala di un cinema affollatissimo con tanta gente in piedi lungo le pareti, tutti avvolti da una fittissima nebbia originata dal fumo di tabacco, mentre una donna, con forti grida, rincorreva, per le strade di Roma, un camion carico di militari tedeschi e di prigionieri italiani. In sinergia con l’attimo in cui veniva abbattuta da una raffica di mitraglia, io urlante e piangente, fui portato via in braccio da mia madre.

Il cinema era quella della Parrocchia di San Giovanni e naturalmente il film narrava di “Roma città aperta”. Il regista Rossellini, aiutato da mia mamma, riuscì così a mettermi in contatto, forse troppo presto, con la tragedia della guerra che avevo avuto la fortuna di non conoscere.

I cinema parrocchiali, numerosi nella nostra città, in realtà garantivano la proiezione di film idonei alla nostra età ed erano un marchio di sicurezza per le nostre famiglie.

Ogni domenica mattina, molti di noi si recavano presso la chiesa del Suffragio dove il caro Don Meo (Meocci) esponeva la locandina con l’elenco di tutti i film in programmazione e il relativo giudizio di censura o idoneità per noi bambini.

Naturalmente il nostro obiettivo, da quel preciso istante, diventava quello di riuscire ad entrare proprio per il film a noi sconsigliato.

La cosa era più o meno facile a seconda del cinema interessato.

Ad esempio, al Supercinema  – forse la sala di proiezione più affascinante -, la cosa era quasi impossibile: bisognava passare la supervisione della signora Flora che si alzava in piedi e dall’alto della biglietteria cercava di capire a chi erano destinati i 20 biglietti che uno di noi, il più maturo nell’aspetto, chiedeva in modo molto disinvolto.

La nostra impresa andava a buon fine solamente se all’apertura della Cassa c’era una marea di persone tale da sopraffare qualsiasi tentativo di controllo da parte della maschera, il signor Balducci, fratello del noto preside, vestito sempre in modo impeccabile, nella sua magrezza, molto formale e distinto.

Quello invece più accessibile, sia per il prezzo che per evitare la censura, era il cinema Italia di via Cairoli dove le prime visioni non erano mai esistite.

La sua frequentazione mi era permessa solo se accompagnato da mio fratello dato che era facile incappare in adulti “pedofili”, riconoscibili ogni volta che nel buio della sala all’avvertimento “ce n’è uno!!!”, questo lentamente cercava di raggiungere indisturbato l’uscita.

Un altro cinema molto bello era l’Eliseo, demolito quando ancora era ben funzionante, per fare posto per moltissimi anni ad un ricettacolo di rifiuti e roditori in via Bertola.

L’unica sala di proiezione che faceva pagare il biglietto a tariffa più cara per l’utilizzo della galleria era il Fulgor, un cinema che non mi era molto simpatico per le carenze strutturali dell’epoca anche se, giustamente, Fellini ed altri ne hanno fatto un simbolo della loro giovinezza.

La stessa cosa si potrebbe dire del Modernissimo, in via Gambalunga, che escogitò, per le sue carenze, la creazione di due ordini di posti, maggiorando il biglietto per le file più lontane dallo schermo.

Lascio al lettore immaginare cosa succedeva appena si spegneva la luce e una marea di “portoghesi” saltava lo steccato tanto che, spesso, la “maschera” effettuava dei controlli a tappeto sospendendo la proiezione del film.

Con l’arrivo della televisione e della trasmissione “Lascia o Raddoppia” condotta da Mike Bongiorno, ci fu una delle tante crisi di spettatori della storia del cinema e alcuni locali misero in funzione una televisione che sostituiva il filmato, al giovedì sera, sperando così di aumentare il pubblico in sala.

Con il passare degli anni sorsero nuovi e più idonei cinema in grado di proiettare pellicole con effetti speciali (Metropol, Settebello, Capitol, Astoria, Apollo) ma, fortunatamente, le vecchie strutture, come S. Agostino, riuscirono a sopravvivere, fino a pochi anni fa, mentre ora si avverte, con la “rinascita” del Fulgor, nuovamente il desiderio di assistere, tutti insieme, in centro città, al racconto di storie ed avventure immaginarie.

La doppia identità di Rimini, invernale ed estiva, si rifletteva anche nel mondo della celluloide: nelle tante “arene” estive si poteva gustare la visione di bellissime pellicole sotto le stelle.

Per noi ragazzi poter frequentare il Sombrero, l’Ambasciata, l’Astra, il Parco, l’Arena delle Stelle, l’Arena Italia, in notturna, tra tanti turisti e con le prime “morose”, rappresentava uno dei momenti più felici dell’estate, specialmente se riuscivamo a non pagare il biglietto.

L’Ambasciata era il più accessibile allo scopo perché uno di noi, entrato regolarmente, apriva facilmente l’uscita di sicurezza e, lanciando un segnale, “lupi! lupi!”, ideato da Luigino Serpieri, consentiva a tutti noi di entrare gratis.

L’espediente funzionò per molto tempo  ma, in una sera fredda di settembre, durante la proiezione di un vecchio film “Per chi suona la campana?”, quando i biglietti venduti si potevano contare sulle dita di una mano, la maschera si affacciò sull’arena e vedendo una quarantina di persone comodamente sedute, chiese consiglio alla Polizia.

Luigino intuì il pericolo e fu un fuggi fuggi generale!

Purtroppo Furio che nel frattempo era andato in bagno, ritornando tranquillamente in sala, fu braccato dalla forza pubblica e portato in Commissariato, dove si preparò per tutta la notte, in modo speciale, all’appuntamento con il suo esame di riparazione in italiano del mattino seguente, accompagnato da un felicissimo genitore.

Sergio Giordano

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