Amintore Galli e l’Inno dei Lavoratori

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La manzoniana domanda “chi era costui?” è purtroppo ancora ricorrente quando uno spettatore, un visitatore o un semplice turista apprendono a chi è intitolato il teatro comunale.
E infatti Amintore Galli, deceduto l’8 dicembre 1919, resta sempre un Carneade, definizione mutuata da Manlio Masini ma che in effetti rende l’idea della modesta considerazione attribuitagli. Se si pensa che un anno fa è stato inaugurato il teatro ricostruito e a lui dedicato, uno dei più importanti a livello nazionale, senza che, a quanto mi risulti, sia stata suonata nemmeno una nota di questo compositore, si resta disorientati. Questa rivista ha più volte ricordato la figura di Galli: Masini ne ha accennato già nel 1997; successivamente è intervenuto Guido Zangheri, che si laureò con una tesi proprio sul compositore, anche per introdurre e commentare gli studi sul musicista condotti da Gianandrea Polazzi, non solo autore di un’opera su Galli ma anche curatore dell’edizione critica della Missa pacis (concerto poi eseguito il 9 ottobre 2011 in cattedrale). È tuttavia innegabile che solo un numero esiguo di persone sa chi era Amintore Galli. L’intitolazione in effetti avvenne nel 1947, un momento storico ben preciso, quando al termine del secondo conflitto mondiale era subentrata la cosiddetta guerra fredda: all’epoca, senza alcun dubbio, la stessa dedica di un monumento costituiva un segno di distinzione ideologica. Anche la rapidità degli atti comunali indica una precisa e ferrea volontà di cancellare un nome scomodo, un re savoiardo, peraltro spesso confuso con il nipote, ancora vivo ma esiliato in Egitto: nell’arco di circa un mese, dalla primitiva proposta, la decisione fu adottata.
Per quanto Zangheri, Polazzi e gli altri studiosi di Galli abbiano esaminato la sua attività di musicista e, soprattutto, di musicologo geniale peraltro in tante intuizioni tra cui pubblicare in Italia la Carmen di Bizet e promuovere concorsi che fecero conoscere la Cavalleria rusticana e Amico Fritz di Mascagni, I Pagliacci di Leoncavallo, Andrea Chénier e Fedora di Giordano – in realtà il merito che molto probabilmente fece decidere l’intitolazione del teatro fu la composizione della musica del cosiddetto “inno dei lavoratori” (in realtà in origine “canto dei lavoratori”) avvenuta nel lontano 1886. All’uomo di oggi sfugge l’importanza di questo brano e forse presto se ne perderà la memoria, ma non si può dimenticare che per decenni fu probabilmente il componimento più suonato in Italia.

Gli esponenti del primo socialismo italiano, tra i quali in particolare figurava Costantino Lazzari, il futuro segretario del Partito Socialista, dopo aver notato che non c’era un canto italiano che ispirasse il proletariato, nel 1886 incaricarono il giovane Filippo Turati, avvocato ma con velleità letterarie, di elaborare un testo da musicare. Tuttavia il risultato fu considerato dallo stesso autore «volgare, sciatto, pedestre» ma Lazzari (che ricordava: «[Turati] lo massacrò coi suoi inesauribili sarcasmi; mi promise di rifarlo») ne utilizzò ugualmente le parole: in fondo, esse prendevano spunto da altri canti o da noti motti e richiamavano tanti temi che agitavano le coscienze dell’epoca.
Perché l’inno avesse fortuna, occorreva una musica orecchiabile, semplice, gradevole e facilmente memorizzabile: i canti facevano infatti parte sempre più di un rituale ben preciso in campo politico, insieme all’uso di bandiere simboli; nei cortei essi rappresentavano una forma di aggregazione e di appartenenza molto più solida dei discorsi.
I fatti che portarono l’inno ad essere musicato da Galli non sono ben chiare: le ricostruzioni sono diverse, complice anche una versione non del tutto attendibile di Luigi Pasquini che probabilmente riferiva parole dell’amico Augusto Massari, allievo del musicista.
Galli, in gioventù garibaldino e combattente a Bezzecca, era il critico musicale de Il Secolo, quotidiano milanese di tendenze radicali, democratiche e repubblicane, all’epoca il più diffuso in Italia: infatti, vi scriveva normalmente anche Felice Cavallotti. Lazzari chiese una musica per l’inno allo stesso Galli il quale consegnò una composizione già predisposta per un circolo sportivo che però, dopo poco tempo si sciolse; le note derivavano probabilmente dalla sua precedente esperienza di direttore della Scuola di Musica e della “banda” di Finale Emilia negli anni 1871-1873, almeno secondo alcune testimonianze.
È stato detto che l’inno «è una marcia trascinante destinata a sopravvivere ai suoi stessi autori e a diventare, insieme a Bandiera Rossa e a L’internazionale, uno dei tre più significativi inni del movimento operaio italiano […] Il testo possiede uno straordinario impatto evocativo. Guarda al nuovo secolo che si affaccia all’orizzonte come a quello del riscatto: non si tratta di un auspicio ma di una incrollabile certezza […] All’orecchiabilità del brano contribuisce anche la parte musicale di Amintore Galli, la cui passione per le atmosfere bandistiche traspare fin dalla prima nota».
Un altro autore ha aggiunto che «il Canto dei lavoratori è senza dubbio l’inno socialista che ha avuto […] piú diffusione e fortuna, fino al punto di entrare nel repertorio spontaneo come prodotto se pure mediato del folklore». Nel 1886, in occasione delle elezioni, c’era, tra il Partito Operaio (antesignano di quello socialista, in cui militavano Turati e Lazzari) e il partito Radicale, una grande rivalità sobillata peraltro da Depretis per ridimensionare quella che veniva chiamata “l’Estrema Sinistra”.
Di conseguenza Galli, probabilmente per evitare ripercussioni all’interno del giornale, non volle che fosse nota la paternità della sua musica e ricorse dapprima a uno pseudonimo e successivamente ad un prestanome.
Per qualche anno il canto fu suonato abbastanza liberamente: proibito in circostanze pubbliche, veniva tollerato in sedi private. Ciò provocò la sua sempre maggiore diffusione che cominciò a destare preoccupazione negli ambienti delle classi dominanti.
Nel 1892 improvvisamente il clima politico cambiò e si inventò l’applicazione del reato di eccitamento all’odio fra le classi sociali contro chi cantava l’inno; lo stesso Turati, dopo aver accennato che la musica era di autore ignoto appartenente a Il Secolo, scrisse «MEZZO MILIONE DI REATI ad istigazione di un uomo solo – Lettera aperta all’Eccellenza del Procuratore generale della Maestà del re – Milano» nella quale, in qualità di «Autore dell’inno incriminato», denunciava «che i dipendenti Vostri ottennero dal nostro Tribunale […] condanna a quattro mesi di carcere, senza contare la multa, contro un tapino, imputato di averne solfeggiata la sola prima strofa; che a Reggio Emilia, per lo stesso fatto, si ministrano i trimestri di detenzione come biscottini». La persecuzione giudiziaria iniziò implacabile e chiunque cantasse l’inno doveva ricevere una pena di almeno 75 giorni di reclusione oltre ad una multa, non certo leggera per gli operai, di 100 lire; molto spesso se la condanna non era sufficientemente severa, il Procuratore del Re presentava appello per ottenerne un inasprimento, e ciò solo per aver intonato qualche strofa dell’inno.
Nel 1894 nel corso di uno dei sequestri degli stampati dell’inno, la polizia verbalizzò che era «dell’avv. Filippo Turati e musicato dal prof. Amintore Galli»: era la prima volta che il nome del musicista appariva ufficialmente.
Nel 1898 fu processato anche lo stesso Turati il quale poi disse: «Mi han fatto tanti processi per quei versi come eccitanti all’odio di classe. Dovevano invece condannarmi a morte per incitamento al delitto contro la Poesia».
Il clima pesantemente repressivo (Galli fu addirittura costretto dalle autorità a riacquistare alcuni stampati in circolazione) non solo non bloccò la circolazione del canto ma ne favorì il successo e una sua imprevista diffusione a livello nazionale; le cronache di quegli anni contengono numerosi resoconti di processi, a volte con sfumature anche comiche: nelle aule dei tribunali, accusa e difesa a volte battagliavano a gorgheggi per riconoscere se il brano cantato dagli imputati era l’inno dei lavoratori o una canzone più innocente. L’inno divenne esso stesso una bandiera e veniva suonato, oltre che alla fine di ogni congresso socialista, in opposizione alla marcia reale come segno di ribellione. Dopo circa dieci anni si ebbe un nuovo cambiamento nell’atteggiamento dell’autorità giudiziaria e il canto fu perciò tollerato; tuttavia durante la prima guerra mondiale esso fu nuovamente proibito e con il fascismo, i canti socialisti vennero ancora banditi (celebre l’episodio del grammofono che suona l’Internazionale in Amarcord) e Starace ammise solo componimenti che celebravano Mussolini e il regime: per poter intonare il brano si dovette aspettare la liberazione.
Amintore Galli, in occasione del centenario della sua morte meriterebbe che nel teatro a lui dedicato si suonasse per una volta un suo componimento, forse proprio quell’inno dei lavoratori che lo ha reso famoso.

Andrea Montemaggi
Ariminum
N. 6 Novembre/Dicembre 2019

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