Ah, adèss cu jè Fèisbùc…

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Milano 1956 Nella foto: nell'atrio del Teatro Odeon, un gruppo di persone seguono un avvenimento sportivo alla televisione FARABOLAFOTO *** Local Caption *** 1944 L'EIAR si divide in due reti, una nell'Italia liberata e una nel centro-nord. Il 26 ottobre nasce la R.A.I. Radio Audizioni Italiana. 1947 I delegati di 60 paesi presenti alla Conferenza mondiale delle radiocomunicazioni ad Atlantic City decidono di chiamare televisione, in sigla TV, la trasmissione a distanza delle immagini in movimento. 1949 Il 28 maggio si effettua a Roma una dimostrazione sperimentale di televisione dagli auditori radiofonici di via Asiago. Il 10 luglio entrano in funzione a Torino un trasmettitore televisivo ed uno studio di ripresa: iniziano le prove per la messa a punto dello standard televisivo. In occasione della prima Esposizione Internazionale della Televisione a Milano iniziano, l'11 settembre da Torino e Milano, le trasmissioni televisive sperimentali con standard a 625 linee. Il 15 settembre nasce la ERI. 1950 La RAI partecipa alla costituzione dell'Union EuropÈenne de Radiodiffusion UER. 1952 Si trasferisce a Roma la Direzione Generale aziendale. Restano a Torino le direzioni centrali di gestione. 1954 Domenica 3 gennaio inizia il regolare servizio di televisione in VHF. I trasmettitori sono Torino Eremo, Milano, Monte Penice, Portofino, Monte Serra, Monte Peglia, Roma Monte Mario. Il 10 aprile la R.A.I. diventa RAI Radiotelevisione Italiana. 1958 Entra in funzione a Torino il servizio di filodiffusione. 1961 Entra in funzione la II rete televisiva a Torino e' tra le prime zone servite. Si inaugura a Torino il nuovo Centro Ricerca e Sperimentazione RAI di corso Giambone. 1964 Sulla 2^ rete viene irradiato, anche se solo in alcune zone tra cui quella servita da Torino Eremo, il segnale a colori nei sistemi NTSC, PAL e SECAM. Nella zona di Torino iniziano le trasmissioni radio in stereofonia. 1977 Iniziano ufficialmente le trasmissioni a colori con standard PAL. 1979 Iniziano le trasmissioni della terza rete televisiva progettata e realizzata per la diffusione di programmi su base regionale.

Pubblicato la prima volta il 27 Luglio 2015 @ 00:00

Si, Facebook… sembrano passati anni luce dagli anni Cinquanta quando, invece, la corrente elettrica era arrivata da poco nelle case, illuminate, fino ad allora, con il lume a petrolio o l’acetilene, tanto che, per ogni evenienza, non mancava mai un paio di candele.
L’oggetto più “elettrico” era la lampadina, che veniva alimentata con la “125”: non a caso nessuno si sarebbe espresso con un “ho l’energia elettrica” ma per tutti era “ho la luce!”. L’arrivo degli elettrodomestici richiederà la corrente a 220 volt, “la luce industrièla”, per cui era necessario avere due prese con diverso voltaggio.

E quale sarà il primo, il più ambito tra gli elettrodomestici? Non il frigorifero, frigo o frigider nelle variabili dialettali, che ancora di roba da metterci dentro ce n’era poca. E nei primi, quelli di un bianco grigiastro, panciuti… i tanti scomparti, mensoline e facevano ancora meraviglia; c’erano famiglie, la mia tra quelle, che non hanno mai usato la “scatola” dei formaggi che si vedeva solo a piccole fette (i pzulèin); le uova si acquistavano sfuse in un numero ridotto, così la carne, contingentata non solo per il costo ma perché, la roba “a stè te frigo, la perd”, tantomeno la frutta e verdura che si acquistavano giornalmente così come il latte, rare le bibite, più frequente l’acqua di “Vichy” che nulla aveva a che fare con la cittadina termale francese ma veniva preparata con una polvere in bustine che rendeva l’acqua frizzante. Unica, invece, la soddisfazione dei bambini per i primi ghiaccioli “fatti in casa” negli stampini di alluminio, anche perché per diversi anni il frigorifero fu considerato un apparecchio d’uso prevalentemente estivo. D’inverno il davanzale della finestra svolgeva ancora la sua funzione e del resto la temperatura ancora rigida degli ambienti faceva “stringere” ovvero rapprendere sughi e brodi, dopo la cottura. C’era quindi chi, in inverno, staccava la spina.

Questa concezione cambierà solo quando lo stile di vita ed i ritmi imporrano gli acquisti settimanali e le confezioni a lunga conservazione. E non sarà la lavatrice ad imporsi per prima, ancorchè fosse particolarmente faticoso il bucato nel mastello, con l’assa di legno, quella con la “tasca” portasapone, che obbligava nella posizione curva per ore, con acqua calda che veniva scaldata nelle pentole sulla stufa, il risciacquo con acqua fredda e quel detersivo, la “saponina”, venduta sfusa che corrodeva le mani. Peraltro nelle “pensioni” e negli alberghi si continuerà per lungo tempo ad assoldare la lavandaia che lavorava piegata sulle vasche di ghisa.
C’era una sorta di diffidenza verso quella macchina ingombrante dato che “tvò mèt i lenzól lavèd a mèni slà zèndra?”; eppoi gli spazi erano ancora limitati, nel bagno era stato da poco installato il boiler per scaldare l’acqua, di quelli a terra, alimentati con la legna, altro non ci stava. Tantomeno nella cucina dove accanto ai fornelli a gas, quando non la stufa, si poteva trovare ancora la “rola”, un fornelletto montato su una colonnina che funzionava con la carbonella. Oggi si direbbe barbecue. Ricordo ancora la “fumèra” al momento dell’accensione stimolata con la sventarola di piume o, in mancanza, con il coperchio della scatola delle scarpe. Ma sotto sotto serpeggiava un altro motivo, quello che tutte le incombenze, le “faccende” domestiche che potevano essere sbrigate dalle donne di casa, non andavano distolte e l’elettrodomestico veniva preso in considerazione se portava una gratificazione generale, a partire da quella maschile visto che la spesa toccava al capo famiglia. Ed allora quale elettrodomestico?

Così, anticipato dalla radio (Geloso, Radiomarelli, Minerva), arriva il Televisore che, al suo esordio sul mercato negli anni ’50, non ebbe certo la stessa diffusione della radio assai più accessibile nei costi e più semplice nella sua struttura. Mio zio Gino, se li costruiva da solo con tanto di valvole, altoparlante, due manopoline, una per cercare le “stazioni” l’altra per regolare il volume. E l’usavamo così, senza la copertura esterna in legno.
Nel 1954 gli abbonati alla TV non superavano i 20.000 per arrivare nel 1956 a 360.000 quando il segnale arrivò su tutto il territorio nazionale. La popolazione italiana sfiorava i 49 milioni, la paga media di un operaio oscillava tra 20.000 e 40.000 lire al mese, il costo di un televisore di sottomarca era di 200.000 più l’abbonamento annuo di 12.500. Diventerà l’acquisto più diffuso e rateizzato agli inizi degli anni 60. Fu inventato persino un sistema di pagamento a gettone vale a dire, prima di poter assistere alle trasmissioni, l’acquirente metteva dei soldi in una apposita gettoniera attivando così la TV, depositando progressivamente le quote rateali. Già, la sottomarca: perché con gli elettrodomestici prende il via la prima fase di esterofilia che attribuiva la maggiore qualità ai prodotti tedeschi, Telefunken, Nordmende od olandesi, Philips mentre le marche italiane Phonola, Philco, Seleco, Magnadyne venivano acquistate quasi con rassegnazione in virtù del costo inferiore.

I primi apparecchi, in bianco e nero, un solo canale avevano un mobile esterno enorme, a forma cubica ed erano posizionati su una sorta di torretta rialzata tanto che, per guardali, bisognava alzare il capo e gli occhi verso l’alto, quasi in soggezione, come fosse un idolo. E non era il solo atteggiamento reverenziale dal momento che, soprattutto in onore alle trasmissioni più importanti, quelle serali del dopo cena, ci si riuniva disponendo le sedie allineate in fila orizzontale, un po’ come avere il cinema in casa. Era la fine delle veglie “parlate”, perché davanti a sua maestà il televisore era di rigore l’attenzione silenziosa anche se dai fortunati possessori si radunavano amici e parenti più “carenti”. Ma al primo cenno di commento arrivava il gelido “sté zétt c’un se capéss gnìnt!”. Ricordo la nonna che addormentatasi nel mezzo del Tenente Sheridan, svegliandosi al momento in cui Riccardo Paladini leggeva il Tg, gridava “l’e’ lo’ l’assassèin, l’è lo’ e’ birichìn!”. Bisognava ottimizzare la spesa dato che, inizialmente, le ore di trasmissione erano solo quattro dalle 17:30 fino alle 23, per il resto della giornata sullo schermo appariva il segnale del monoscopio accompagnato da un sibilo che oggi suonerebbe sinistro mentre allora era la prova della vitalità del televisore. Si guardava di tutto a partire dalle trasmissioni educative come la mitica “Non è mai troppo tardi”. Grande interesse per il telegiornale, che ti portava tutte le notizie a domicilio seppur filtrate dall’orientamento politico dominante in quel momento, qualche film, diversi gli sceneggiati (oggi fiction) letterari ed un vero e proprio exploit dei quiz che andavano incontro ad una italianità tutta musicale vedi “Il musichiere” o alla voglia di rivincita del dopo guerra con l’aspirazione di “far fortuna”, vedi “Lascia o raddoppia”. Il successo di quest’ultima trasmissione fu tale che, come ricordato, in alcune sale cinematografiche furono costretti ad installare la tv per mandare in onda il telequiz prima della proiezione del film mentre i bar si erano predisposti per accogliere intere famiglie registrando il pieno in occasione della finale del Festival di San Remo che, allora, veniva trasmesso, dal salone delle Feste del Casinò di quella città.

Solo nei primi degli Sessanta arriverà il secondo canale, più differenziato e “leggero” nei programmi ed anche quello segnò una tappa “oz i vèin a mètme l’antenna de sgònd”: si apre così un nuovo mondo di finzione e realtà, che occuperà gli spazi dell’immaginazione lasciati dalla radio. Ricordo che mia mamma, grande ammiratrice della Tigre di Cremona, vedendo in video per la prima volta Mina con i suoi ammiccamenti, le dita tamburellanti sulla bocca, commentò “l’an me piès, la fa’ tròp mos-i”. L’immagine arrivava prima delle voce.

Sono stati scritti fiumi di trattati sugli effetti che la TV ha prodotto e produce sugli stili di vita, sulle possibilità che si sprigionano da quell’elettrodomestico per imporre un personaggio, un prodotto, per influire sull’idee politiche e sul voto. Era ed è, soprattutto dopo l’avvento di Carosello e delle sue evoluzioni, un riproduttore di consumi di ogni genere. Ma questa è la storia del dopo nota a tutti. Quello che vorrei invece sottolineare è che allora, possedere la TV era già in sé un elemento caratterizzate e discriminante. A partire da noi bambini, quando alle 17:30 si interrompevano i giochi di strada perché iniziava la TV dei Ragazzi e partiva la domanda: “te ce l’hai la televisione?”, “sì, io ce l’ho”, “posso venire a casa tua a vederla?”.

Prima di quel momento eravamo tutti uguali.

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