D. Minghini, "E lavadur"
D. Minghini, “E lavadur”

«…La figura della madre campeggiava al centro della vasta rete rappresentata dalle donne di casa (la nonna, le sorelle, le zie, le cognate…) il cui ruolo socio-culturale nel sistema domestico era per i figli di primaria importanza almeno fino al momento in cui il padre o “il maestro d’arte” non offrissero (senza però sostituirlo del tutto) un modello culturale diverso.
In realtà il cuore profondo della cultura popolare era femminile: la funzione materna occupava il centro del sistema culturale paesano. Le donne erano le detentrici e le trasmettitrici del sapere attraverso le fiabe, le canzoni, le ninne-nanne, i proverbi, gli scongiuri, le ricette, i “segreti”.
Esse presidiavano i due grandi poli dell’esistenza, la nascita e la morte, conoscevano le tecniche del parto, prestavano assistenza alla puerpera e al neonato, vegliavano durante le malattie, infermiere amorose e pazienti, lavavano con delicata tenerezza i piccoli appena usciti dal grembo e con profonda pietà i corpi ancora caldi dei morti. Dure a sopportare i dolori, tarde a lamentarsi, infaticabili nel lavoro, avevano sotto il loro assoluto controllo la cucina e la farmacia domestica, il cortile, la dispensa, l’armadio, il pollaio, l’orto. La donna cercava di captare ogni possibilità di cambiamento, ogni premonizione, la drammatica semiotica delle cose a venire, intraviste e prefigurate da indizi impercettibili…»

Passo tratto da “Zaira della Luna – immaginazione e tradizione in Valconca” (di G. Valeriani, G. Frisoni, S. Incanti, 2012)

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